Magazine Venerdì 21 maggio 2010

'Orfani e bastardi', il nuovo libro di Vittorio Emiliani

Magazine - Vittorio Emiliani, giornalista che ha diretto il Messaggero di via del Tritone, ci racconta la vita de Il Giorno, forse il giornale più vitale ed autentico in un panorama storico ben preciso: gli anni dal 1956 al 1972.
Lo fa in un libro gonfio di umanità come il Gange.
In Orfani e bastardi - Milano e l'Italia viste dal Giorno (Pagg. 321, Donzelli Editore) Emiliani racconta una redazione dove il giornalismo sapeva di vero.
Il Giorno venne fondato dalla mano pubblica, dall'Eni di Enrico Mattei che scomparve di lì a poco in un volo in Sicilia nell'ottobre del 1962.

La direzione di Gaetano Baldacci, prima, e poi di Italo Pietra, furono una sorta di regno dei grandi giornalisti del futuro. Giorgio Bocca, Gianni Brera, Gianni Clerici, Enzo Forcella, Bernardo Valli, Natalia Aspesi, Gianni Locatelli e tanti altri, cominciarono al Giorno. Unico giornale dove il nuovo era il vero soldo. Iniziò con le fotografie a colori, il formato tabloid, i primi terminali elettronici in tipografia. Le copie volavano su una media di 250.000 o 300.000 nei momenti migliori. Una delle ruote che lo trainano è però una concezione illuministica del giornale.

Compaiono i supplementi a colori, come quello dedicato ai ragazzi con le strisce di Jacovitti per esempio (Cocco Bill, il cow–boy alla camomilla), o quello dedicato ai motori, anticipando di quasi cinquant'anni i giornali di oggi. Cambia il modo di scrivere. I giornalisti dovevano raccontare le cose in righe contate ma parlanti. Emiliani ci parla poi della deriva de Il Giorno, un tramonto buio che gli fa sentire sempre un'amarezza bastarda. Coincide con l'arrivo in direzione di Gaetano Afeltra, napoletano, uomo del Corriere, abituato ad arrivare in redazione alle ore in cui gli altri direttori avevano già deciso le pagine. E per cui i giornalisti dovevano essere tutti orfani, bastardi e scapoli: una visione superata, a cui Gaetanino si era consegnato come un prigioniero morente.

È un ricordo amaro, in cui Afeltra viene raccontato per un giornalista fortemente politicizzato, colpevole di avere intubato una redazione abituata ai grandi spazi.
Un ritratto senza peli sulla lingua, il quale ci fa comprendere come una giornalismo rivoluzionario venne condannato ad un esodo di massa verso altri giornali. Tanti orfani poco bastardi.

di Martina Guenzi

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