Concerti Magazine Sabato 12 maggio 2001

I must di mentelocale

“Vengono a guardare, vengono a farsi guardare”. È un verso di Ovidio, da L’arte di amare: mi rimbalza nella testa ogni volta che passo per il triangolo della notte, ora di punta undici e mezza, venerdì sera.

– Amico, vuoi fumo?– Questo nell’Ars amatoria non compare, ma è assai più consono alla vicolanza. I richiami poetici sono dappertutto, basta avere gli occhi per coglierli. Baudelaire ci sguazzerebbe, nell’utero generoso e buio di Genova, e ci sguazzo anch’io, mentre viene estate.

Conosco questi vicoli. Musse. Non è vero niente. Conosco la parte abitata di notte, Piazza Erbe, San Donato, San Bernardo. E da Campetto alla Maddalena, l’altra area.

C’è un equilibrio precario che è il sale di questa città, la sua grandezza: la convivenza degli opposti. Il Cineplex, Mondadori, i fast food che appiattiscono ogni angolo del mondo, e accanto le bettole, le puttane con l’ufficio a piano terra. La casbah. Le spezie sono ancora qui, ad ammorbare l’aria con afrori dell’altrove. Hashish, voci straniere che abitano gli angoli abbandonati da chi ha traslocato ai piani alti.

Mi piace sedermi sui gradoni di Palazzo Ducale nell’ora blu prima che il pellegrinaggio abbia inizio. Ci sono due topi, aficionados del cantiere. Si fanno gli affari loro, sono tolleranti. Sarà vero che i genovesi sono chiusi? Sì.

Chiusi ma preziosi. Così era ad esempio quando per queste viuzze bazzicavano i grandi. Ma non i grandi imperatori: i cantori. Penso a qualche decennio fa: De André, Villaggio, Paoli, Tenco. Il momento di gloria, gli anni della canzone, dopo la legge Merlin che chiuse i casini per sempre.

Dove sono? Non c’è traccia dei maestri. Evidentemente come maestri non valevano un gran che, se le loro canzoni più che a dei lasciapassare somigliano a lettere di un padre che se n’è appena andato.

E cosa resta alla mia generazione orfana? La grande libertà di inventare i suoi punti di riferimento, fra cui il Mojito e la raccomandatissima Caipiroska al Maracuja, frutto della passione.

Ma c’è di più, sotto la superficie. È questa in fondo la mia città: un mondo sotterraneo, e magari basta scendere tre gradini per imbattersi in qualcosa che a Milano o a New York non c’è.

Così a volte ho paura che finisca. Ho paura che trovino il modo di corromperla, questa magica città puttana che ti fa sentire a casa e nel contempo straniero. Ma poi confido che resterà com’è: una bella cosa che non appartiene a nessuno, nemmeno a te che ci vivi dentro, e vai il venerdì al raduno delle pecore nere. I figli degli avvocati che non vanno al Carillon, i musicisti con le custodie a tracolla, le promettenti studentesse, tutti animati da una sottile inquietudine, tutti col bicchiere in mano e qualche losco piano per fare tardi.

Qualcuno caccia un bulacco dal quarto piano. Qualcun altro sta rollando un cannone. È la giovane notte di una città vecchia. E per adesso c’è posto per tutti.

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