Magazine Giovedì 4 marzo 2010

'L'arte di correre' e 'Camminare'

Magazine - Spesso la scrittura viene accostata al camminare. Oppure al correre. Come ha fatto Murakami Haruki in L'arte di correre (Einaudi, 2009, 156 pp, 18 Eu) dandoci un'idea di cosa sia uno scrittore atletico.
Per la verità, si tratta di una rielaborazione giapponese del detto latino mens sana in corpore sano o di quello che Franco Columbu praticava su se stesso: il body bulding, l'arte di costruire il proprio corpo con un'attenzione e una concentrazione assai vicine al perfezionismo. La scrittura, come il correre, sono atti che derivano dalla volontà. C'è il discorso del talento e c'è quello della disciplina. Murakami ci racconta della sua vita di corridore, delle sue gambe sempre in moto, e della sua necessità di sentirsi bene dopo una corsa.

Prima aveva un bar, il Peter Cat, un jazz bar per la precisione. Lo gestì per circa sette anni e poi lo chiuse, dopo aver vinto un premio letterario con un primo romanzo in cui non credeva neanche tanto. Decise di chiudere per dare una svolta alla vita che non aveva più intenzione di fare: il bar gli impediva di continuare a scrivere con la giusta continuità.
Di lì, cominciò anche a correre. E di lì lo scrittore ci spiega che puoi avere del talento - quanto ne vuoi - ma né lo puoi prevedere né gestire. Quello che più importa, per uno scrittore, resta la capacità di concentrarsi su di un unico obiettivo. Così è ogni volta che si scrive un libro. Bisogna avere la forza di fissarsi soltanto su di lui, avendo la forza di resistere agli attacchi esterni e soprattutto alle tentazioni.

Murakami ci dice anche come fare a correre bene. Uno che come lui riesce a modificare il proprio corpo come una pagina, è una voce da ascoltare. Il libro funziona come un diario di un allenamento programmatico: una maratona dietro l'altra, con quella maxima di New York sempre posta al centro del cuore. Forse si può pensare a qualcosa di troppo muscolare, e ad una disciplina perfidamente nipponica nell'accezione bellica dell'aggettivo. Però - se poi ci si pensa - il tutto arriva anche dall'approccio dello scrittore. Uno che gestiva un bar notturno, trovatosi ad aver successo con una storia buttata per iscritto quasi per caso, quasi spinto a conservare il nuovo status con la disciplina richiesta dal sempre maledetto successo. Non è così astruso il concetto.

Quello che invece è nuovo è lasciare la propria vecchia vita per scrivere. Questa è la vera cifra del nostro tempo, come per esempio ha fatto da noi Simone Perotti in Adesso Basta! (Chiarelettere). È il segno che - ad un certo punto della vita di qualcuno - scatta una deviazione creativa molto imperiosa a cui non ci si può sottrarre.
In fondo, comunque, Murakami scrive una storia fedele alla realtà che vive: correre una maratona è una metafora fin troppo semplice, ma scrivere un romanzo o un libro in generale è faticoso e concentrazionario come una maratona di New York. Non è tanto quando corri, ma come ti sei preparato per correre quel giorno.

Chi, invece, mantiene una flanerie ed un approccio più flou al discorso è Tomas Espedal che in Camminare (Ponte alle Grazie, 2009, 206 pp, 12 Eu) sostiene che anche questo è un mestiere, uno stile di vita. Quello del vagabondo costruttivo, si potrebbe definire, o di chi cammina quasi per creare. Espedal lo fa con uno sguardo molto letterario e completo anche dal punto di vista filologico.
Parte da Alberto Giacometti - lo scultore innamorato dello spazio - il quale creerà l'Homme qui marche, valutato 104,32 milioni di dollari il 3 febbraio 2010 a Sotheby's a Londra, l'opera d'arte maggiormente valutata al mondo. Oppure ci parla di Erik Satie, il musicista recluso per ventisette anni dentro una cameretta soffocatoria, eppure capace di creare e trovare le giuste assonanze in quel percorso di dodici km compiuto ogni giorno per arrivare ad un bar di Parigi, la testa del mondo come venne definita da Balzac.

La teoria di Espedal è quasi antitetica rispetto a quella di Murakami. Secondo lui, il capolavoro, è quasi il frutto non tanto di una disciplina spartana, quanto del caso, di quella deviazione che Lucrezio definiva il clinamen, e che noi chiamiamo l'intuizione per strada.
Così Tolstoj, che voleva scrivere un'opera morale, si ritrovò in Anna Karenina a disegnare la figura bollente di una donna perduta, una sventurata tanto colpevole quanto irripetibile nella sua tragedia. Un mostro, un parto deviato, una magnificenza frutto del caso. Due interpretazioni molto distanti, se vogliamo. Anche se camminare assume - nello scrittore olandese che ha venduto nel Nord Europa ed in Spagna il libro - una dimensione più profondamente esistenziale. Come per Marguerite Duras, stare soli significa non uscire da casa.

Camminare, in fondo, diviene una sorta di costante pellegrinaggio interiore, verso un santuario personale che ognuno cerca di realizzare.

di Alberto Pezzini

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