Magazine Martedì 2 marzo 2010

Clint Eastwood non è candidato all'Oscar: perché?

Magazine - Dal cinema e dal Medioevo per arrivare dritti al cuore del male moderno. Questa è la tesi scelta da Gianni Canova, critico cinematografico, filmologo con un occhio spaccato a metà tra lo studio delle immagini e i film di Clint Eastwood, 'un vero anarchico di destra', come lo bolla con una erudita definizione filologica presa da Lukacs.

Come mai Invictus di Clint Eastwood non è stato candidato all'Oscar?
Clint Eastwood è un uomo che concentra sotto le sue rughe un forte rigore morale ed una visione della vita quasi protestante. Clint fa film splendidi perché è in qualche modo più libero degli altri: non si pone il problema del consorzio umano e di ciò che le sue regole possano imporre. Quando ha risolto il suo problema interiore gira film che lacerano. La sua mancata candidatura all'Oscar, però, deriva dall'invidia.

In che senso?
Guardi, Le faccio un esempio. Se al Festival di Venezia arriva un capolavoro, i giurati - che sono registi -, se possono, lo boicottano. Per invidia.

Secondo Lei Invictus è un film ideologico in qualche modo?
Nel modo più assoluto. I film di Clint non sono mai ideologici. Non fanno mai propaganda. Sono film tesi a sondare tutte le pieghe dell'animo umano. Pensi a Gran Torino, che è il suo testamento spirituale. Pensi a Changeling, un film di rottura degli schemi in modo distruttivo. Se avessero prodotto un film del genere in Italia - con quel contenuto iconoclasta dato dall'attacco massivo alle istituzioni ed alla polizia - lo avrebbero marchiato d'infamia. Il film si ispira al libro di John Carlin, Playing the Enemy: Nelson Mandela and the Game That Made a Nation, e molti potranno dire che sia anche un poco agiografico. È un film destinato a delocalizzare il sentimento dell'invidia, ad allontanarlo ed esiliarlo da un certo consorzio di idee.

L'invidia occupa una posizione frontale anche nel primo romanzo di Gianni Canova, Palpebre (Garzanti, pagg. 230), scritto da una finestra di Varigotti da dove il mare entra di sghembo e parla nei sogni. È una storia nera, dura fin quasi al limite dell'insostenibilità. Scompare una bambina ed una donna - la madre - deve uccidere per tenerla in vita. Donna bellissima, sensuale anche nella descrizione, nasconde nella vagina il risultato di un'operazione alla Stanley Kubrick: un occhio umano, vigile, umido, che guarda.
Il protagonista aiuta la donna monoculare di cui si innamora per sconfiggere un'organizzazione che si ciba di organi umani, mentre gli schizzi di sangue grondano dalle pagine a grosse gocce. L'occhio nella vagina fa da contraltare alla cigliatura apportata alle vittime, ossia alla cucitura delle palpebre con punti di sutura.

Una atrocità così veniva inflitta in Purgatorio agli invidiosi, rei di avere guardato troppo alle cose altrui durante la vita terrena. Perché il Purgatorio, professore?
Perché, a differenza del Paradiso e dell'Inferno, è un mondo creato da un poeta laico come Dante e che nelle sacre scritture non esiste. Un libro di Jaques Le Goff, L'invenzione del medioevo, fotografa bene questo non luogo dove gli uomini potevano sperare di poter andare quando erano a metà tra i non cattivi ed i non buoni.

Perché il peccato dell'invidia?
L'invidia è l'incarnazione del Male assoluto. Il problema dell'uomo, ieri ed oggi, resta il Male. Io non volevo scrivere un libro morbido. Volevo scrivere un libro corrispondente alla realtà. Pensi agli ebrei, oppure a Ground Zero: è sempre il male che agisce in simbiosi con l'uomo. Se lei si fa un giro su internet potrà assistere a mostruosità su bambini, uomini e donne che ci fanno dimenticare la nostra anima.

Professore, il suo libro ha una fine amara. Sembra di sentire il sapore metallico del sangue in bocca.
Sono contento. Io volevo un libro con cui ci si potesse far male. Un libro dove il castigo fosse la vera novità. E il protagonista lo subisce. È un libro più ispirato a Gran Torino che ad Invictus.

Quanto ha pesato la sua formazione giornalistica sulla sua scrittura?
Me ne sono liberato come da una pelle vecchia. Ho una bambina di cinque anni ed ogni sera mi chiede di raccontarle una storia. Ho ritrovato la voglia di inventare delle favole. È un esercizio miracoloso per la fantasia. Però ho sentito la necessità, come contrappasso, di inventarmi una favola nera per adulti.

Bravo Professore, come dissero a Tolkien a proposito del Signore degli Anelli. Ci è riuscito benissimo.

di Alberto Pezzini

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