Magazine Martedì 9 febbraio 2010

'Il mio nome è Victoria': sulle tracce dei desaparecidos

Magazine - Victoria Donda è una giovane argentina come tante, ha i capelli e gli occhi neri, la pelle olivastra, e quando la incontro porta dei sottili orecchini pendenti, da cui non riesco a staccare lo sguardo.
Facciamo un passo indietro, al perché siedo di fronte a lei nel bar di un bell'albergo, facendole domande molto personali: Victoria è l'autrice di Il mio nome è Victoria (Corbaccio, 2010, 216 pp, 17,50 Eu), un libro che fa riflettere sugli orrori dei regimi e sul significato delle parole identità e famiglia, in altre parole su chi siamo.
Victoria è figlia di desaparecidos. I suoi genitori, Cori e José Maria, erano militanti politici attivi contro il regime di Videla. Fra il 1976 e il 1983, 30.000 persone spariscono perché dissidenti, critiche o meno che conniventi con la giunta militare illegalmente al potere. Il termine "desaparecidos" fa riferimento alla modalità oscena con la quale gran parte delle vittime sono catturate, drogate di pentotal e caricate su un aereo che, sorvolando l'oceano, si libera del carico senza lasciare tracce. Anche la mamma di Victoria muore così, di suo papà non si hanno notizie. L'Argentina è un paese tutt'oggi lacerato da un passato che non vuole e neanche può dimenticare, seppure alcune leggi varate dal governo Menem abbiano provato a dare un colpo di spugna alle responsabilità di chi ha agito in nome e per conto della dittatura. Da militante politica, Victoria lotta contro queste decisioni, - ironia della sorte - non sapendo quanto la riguardino.

Ribelle e testarda, Victoria lo è anche quando il suo nome è Analia. Cresciuta in una famiglia filo-militarista che vive le sue idee "rivoluzionarie" con preoccupazione, ma senza davvero ostacolarla: anche gli screzi con il padre Raul non si trasformano mai in aperte fratture. Tutto precipita nel marzo del 2003 quando un'indagine della magistratura spagnola stravolge la routine familiare. Raul è accusato di essere uno dei militari affiliati al regime, di lì a poco Analia viene contattata dall'associazione Abuelas de Plaza de Majo (Nonne di plaza de Majo) e informata della sua reale identità. È la nipote n°78, si chiama Victoria, ed è una delle neonate strappate ai genitori e date "in adozione" a coppie vicine alla giunta Videla.
Non è finita, Victoria è nipote di Adolfo Donda, fratello di suo padre Juan, considerato il responsabile delle torture avvenute all'ESMA, la Scuola di Meccanica dell'Esercito di Buenos Aires.

È proprio all'ESMA che sua madre l'ha partorita, e sono dunque altissime le probabilità che sia stato suo zio ad ordinare l'uccisione dei suoi genitori, nonché il suo sequestro. Ha ventisette anni Victoria, quando fronteggia un simile tsunami emotivo. Dopo una crisi profonda decide di fare un passo decisivo: sottoporsi al test del DNA che attesti, oltre ogni dubbio, la veridicità dei sospetti delle Nonne. Quando il test conferma la sua origine biologica, inizia un altro percorso, quello contraddittorio dentro i sentimenti. Deve fare i conti con chi ha ritenuto la sua famiglia fino a quel momento e con chi è diventato - improvvisamente - parente. Un passo alla volta, Victoria ricostruisce e va avanti.

La sua militanza politica decennale la porta a cariche importanti, fino all'elezione al Parlamento argentino, diventando così la più giovane deputata del paese.
Il mio nome è Victoria, edito da Corbaccio, è un libro toccante e mai noioso, capace di raccontarci la Storia attraverso le storie di persone realmente esistite, alcune vili e sleali, altre coraggiose e giuste, come Cori che, disperata ma non vinta, tenta di legare a sé la figlia con un ago e due fili blu cuciti intorno ai piccoli lobi, senza smettere di sussurrarle Victoria, il nome che ha scelto per lei.

di Lorenza Delucchi

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