Magazine Venerdì 5 febbraio 2010

'Carteggio 1934‑1967': le lettere di Gadda a Contini

Magazine - A leggere Carlo Emilio Gadda, anche in un genere minore come le lettere, l'intelletto non può che godere. Se poi sono le lettere che l'autore di Quer Pasticciaccio si scambiava con Gianfranco Contini, ognuna diventa una storia che suona per sé sola.
Il libro in questione è Carteggio 1934 - 1967 (Garzanti, 2009, 279 pp., 25 Eu).

Gadda ci sa fare con le parole: sa modellarle come un'argilla respirante, ma gli sfugge la consapevolezza della propria capacità rinfrescatrice della lingua. Pensa che i suoi siano soltanto giochi, approssimazioni, anche se li considerala propria novocaina, il proprio alcool à moi (come scriveva il 7 novembre 1962 da Roma), per distinguerli dall'opera di Contini.
Quando i due si conoscono, Gadda ha circa quarantadue anni e Contini la metà all'incirca. L'ingegnere sta a Roma (siamo nel 1934) ad occuparsi dei servizi tecnici dello Stato della Città del Vaticano. «Se una latrina si intoppa, sono io che devo correre. Sto costruendo la Centrale Elettrica e Termica dello Stato», dice giocando anche qui.

Gianfranco Contini è un giovane critico letterario, professore destinato a Friburgo dove farà della lingua italiana un'opera d'arte capace di certe vibrazioni assolute, da maestro d'orchestra senza timore. Gadda è iperfelice dell'amicizia con un giovane critico come Contini. Le lettere ci parlano della famiglia di quest'ultimo, del suo papà e della solitudine di chi ricercava un calore famigliare per compensare il gelo d'affetto in cui era stato tirato su.

I saluti ai genitori di Contini - soprattutto al padre Capo delle Ferrovie a Domodossola (il 6 settembre 1947 scriveva: «El fritatin di tuo padre mi è andato in tanto sangue: l'inusitata morbidezza, butirossità e spessore di un cotal malloppetto rimarranno nella mia anima tra i punti trigonometrici del ricordo») - chiudono quasi ogni lettera ed offrono una chiave di lettura più indifesa dell'uomo Gadda. Che si svela per quello che è: un autore della lingua che riesce ad usarla come scudo per difendersi dalla realtà del vivere in cui anche gli affetti, e la loro mancanza, gli pesano come acciaio sul cuore.

Sappiamo - anche attraverso le lettere - che Gadda fa fatica a vivere dentro la vita di tutti i giorni. Trasloca in continuazione, ad esempio, quasi per evitare di chiudersi dentro quattro mura che lo limiterebbero. La sua è una visione della vita moltiplicata. I giochi con le parole, uno strumento scientifico (lo strumento) per sfuggire alla incomprensibilità di un mondo sterile se non irrorato dalla letteratura.

Per Gadda le lettere non sono un genere inferiore, semmai uno spazio dove far confessare i propri romanzi. È un epistolografo convinto. Cerca di dissipare i suoi problemi legati alle cose di tutti i giorni con la letteratura. Ma lo fa vivendola prima di tutto dentro il primo mezzo che lo pone in contatto con coloro a cui tiene: le lettere.

Contini scriverà i propri saggi di letteratura mutuando molte inflessioni da Gadda, e così quest'ultimo. Stabiliranno una sorta di scambio letterario totalizzante, anche se Contini - pur prediletto da Luigi Russo «mutevole negli odi quanto negli amori» - non riuscirà mai ad avere lo 'sprigionamento' letterario di Gadda. Quella marcia in più fatta di furore linguistico e capacità di far brillare certi lati oscuri delle parole in cui va a trovare le assonanze più strane e più titillanti all'orecchio. In questo Gadda è emulo di Joyce, anticipatore di una vena narrativa che avrebbe fatto miracoli in Gianni Brera e in Beppe Fenoglio. Anche se nessuno riuscirà più ad arrotare le immagini come riusciva lui, forse perduto dentro i silenzi dei castelli narrativi in cui viveva. Gadda finirà a lavorare per la Rai e terminerà di vivere in via Blumenstihl 19.

L'epistolario manca delle risposte - in una parte - di Contini (nella prima parte si registra anche la sua voce infallibile come una rima del duecento). Costituisce una storia intima, viscerale fino all'osso estremo di Gadda. L'odio per il Duce, la sua amicizia per personaggi come Pietro Citati, e la sua rabbia per chi gli ha portato via la casa e gli ha imposto tasse asperrime (vanoniane), la malattia forse più mentale che effettivamente fisica, ne fanno un regalo incredibile fatto agli italiani da parte di Garzanti. Una lettura incapace di non suscitare un'emozione alta come un altare, e pronta a far dire a tutti noi che quella letteratura era davvero letteratura. Con la L maiuscola ed anche nel privato. Dove anche lì si è scrittori. Se lo si è veramente.

di Alberto Pezzini

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