Magazine Venerdì 5 febbraio 2010

«Due storie, un lutto e tanta terapia: sono distrutta»

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Magazine - Buonasera dottore,
s
ono tormentata, la mia vita è congelata da un anno e mezzo. Mi chiamo R., trentacinque anni, figlia unica, sposata da cinque anni con M., un uomo concreto, serio, affidabile che mi ama tantissimo.
Lui è stato il mio primo ragazzo, da quando avevamo ventidue anni, e la mia prima volta. Siamo cresciuti insieme, mi ha supportato in ogni difficoltà (malattia lunghissima di mia madre e morte, assenza di mio padre, fragilità di carattere....). E proprio dopo la morte di mia madre, quattro anni fa, sono cambiata: ero una ragazza sensibile, dolce e corretta, poi ho avuto due avventure e ho incontrato S., un mio collega di ufficio del quale mi sono innamorata. Da allora, mi comporto come una pazza, manco di rispetto a mio marito e, soprattutto, a me stessa.

Ho seguito una terapia per nove mesi, che ho poi lasciato perché mi aveva stancato. Sono entrata nel panico, ho iniziato a prendere ansiolitici, poi ho ripreso una nuova terapia presso una struttura pubblica, ma con grande fatica.
Non sono più in grado di gestire il mio tempo. Dalla bella ragazza che ero, mi sono trasformata in un topino piccolo e insicuro che corre da una parte all'altra senza sapere realmente dove andare. Mi sono divisa fra due case, due vite, fino a sentirmi male, fino a perdere la dignità e il rispetto di me stessa. Ora sono qui in ufficio sola, il mio amante collega è uscito e io in questo silenzio della stanza mi sento soffocare.

Nonostante mio marito sappia tutto, rimane al mio fianco dicendo di amarmi e che supereremo anche questa, e io reagisco attaccandolo. Me la prendo con l'altro, perché non ha la solidità di mio marito, mi sembra troppo irrequieto e mi fa paura, con lui mi sento brutta e mai all'altezza.
Cosa devo fare?
Mi faccio schifo da sola, non attaccatemi.


Buongiorno R.,
di tutta la sua mail quello che mi ha colpito di più sono state le sue ultime righe, anzi le sue ultime due parole: non attaccatemi. Scusi, ma mi ha incuriosito l'uso del plurale. Mi chiedevo a chi si stesse rivolgendo con la sua richiesta di clemenza. In ogni caso, le assicuro che non ho alcuna intenzione di attaccarla e non riesco neanche ad immaginarmi che motivo potrebbe esserci per farlo. Anzi, io credo che lei, sostanzialmente, abbia bisogno di essere capita e aiutata, e forse anche abbracciata, nel senso di offrirle una affettuosa protezione dalla confusione interna ed esterna.

Dico questo perché molto probabilmente il suo comportamento è una reazione disorganizzata all'angoscia derivante dalla malattia e dalla morte di sua madre, che deve averla stancata, esaurita e destabilizzata più di quanto lei stessa non creda.
E visto che prima era una ragazza sensibile dolce e corretta e ora si fa schifo, credo che dovrà fermarsi nel suo fare e disfare a cui non è possibile dare un senso, sospendendo il giudizio su sé stessa, dato che, anche se non ne è consapevole, lei sta vivendo un periodo reattivo.

Deve concedersi un po' di tempo per assorbire la sua perdita, oltre che riequilibrare l'energia che lei ha impiegato per seguire la sua lunghissima degenza. Solo dopo questa pausa potrà rimettere ordine e senso nelle sue azioni, nelle sue idee e nei suoi sentimenti .
E quindi: un abbraccio.

Ventura



* psicoterapeuta

di Marco Ventura *

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