Magazine Mercoledì 20 gennaio 2010

In 'Moter Morbi', Dylan Dog affronta la paura della malattia

Magazine - Il tema della paura è un tema classico, forse il solo vero sentimento universale, il minimo comune denominatore che accompagna la storia degli uomini dalla notte dei tempi. La paura dell'ignoto, il coraggio di affrontarlo, ha permesso all'uomo di evolversi e ha generato mostri che sono diventati folklore, un modo per dare un volto a ciò che ci terrorizza per riuscire ad affrontarlo - come le correnti dello stretto che diventano Scilla e Cariddi - ed esorcizzarlo.

Il mito del vampiro - ad esempio - si è nutrito per secoli del rapporto tra uomini, malattie e sangue prima ancora che la scienza scoprisse che è proprio il sangue la chiave per comprendere le malattie. Oggi la paura ha il viso di persone che ci appaiono aliene, che magari hanno affrontato il mare e che quando arrivano sulla nostra sponda scatenano sentimenti di odio, di rifiuto, perché da sempre il diverso, l'altro, fa paura. È sintomatica l'isteria che pervade alcune zone genovesi alla semplice idea che all'altro sia garantito il diritto di praticare la propria fede. Basterebbe andare a guardare Il mio nemico, un classico della fantascienza di oltre trent'anni fa, per vedere come sia il punto di vista a fare la differenza.

La paura oggi non ha più mantelli e canini ma si veste di parole che annunciano la fine del mondo come lo conosciamo - ricordate il baco del 2000? - o di quanto abbiamo intorno. In un mondo madido di comunicazione sono proprio le parole a scatenarci angosce solo in apparenza nuove; la parola influenza ci lascia indifferenti, ma quando viene accompagnata da pandemia, improvvisamente precipitiamo nell'Europa della Peste, alla Maschera Rossa di Edgar Allan, al Lorenzo - o come dicevan tutti Renzo - di Manzoni inseguito dalla folla inferocita al grido di Dalli all'untore. Improvvisamente ci scopriamo fragili, inevitabilmente mortali ma soprattutto estremamente vulnerabili, è ancora la paura di ciò che non conosciamo e che non comprendiamo a terrorizzarci.

In un contesto simile - mentre il tema della paura è affrontato nelle sue varie declinazioni anche sulle pagine di Mentelocale - trovo interessante il parallelismo tra quello che siamo e la serie di fumetti che negli ultimi vent'anni più che tante analisi ha saputo raccontarci attraverso streghe, vampiri, licantropi e assassini sanguinari. Parlo ovviamente di Dylan Dog - il fumetto che ha fatto degli incubi il suo way of life - e il cui ultimo albo, sceneggiato da Roberto Recchioni, ha trattato il tema della paura da un punto di vista inedito per la serie, quello della malattia. Roberto durante una tavola rotonda a Lucca, lo scorso novembre, ha raccontato della sua esperienza di sceneggiatore di Dylan Dog dicendo che DYD, a differenza di molti altri personaggi di carta, richiede un tributo di anima pressoché unico. Chi scrive una sua storia scrive inevitabilmente una parte della sua. Forse proprio conoscendo l'empatia che si genera tra sceneggiatore e sceneggiato che Mauro Marcheselli - curatore della serie - ha pensato a Roberto - che da sempre vive una situazione di salute estremamente delicata - per un albo dedicato alla malattia.

Mater Morbi, disegnato magistralmente da Massimo Carnevale (già ammirato per il suo lavoro nella serie John Doe), è un albo che affascina e terrorizza come non avveniva da molto perché riesce a portare il lettore in un inferno che conosce e a cui non viene facile pensare: quello degli ospedali. Nessun mostro, nessun sadico: solo la malattia, la solitudine e la certezza che quelli su cui sei finito sono binari da cui non puoi scappare, perché ovunque andrai il treno ti verrà sempre incontro. Il Dylan Dog di Recchioni - nell'inedita veste di lungo degente e terminale - racconta del rapporto che ognuno ha con il proprio corpo e di quanto la paura ci investa quanto ci troviamo di fronte a camici, esami, analisi e medici che non sempre fanno del rapporto con il paziente una ragione di vita.

Un albo che mette l'uomo di fronte alle sue paure più profonde e tangibili. La paura della morte - come quella del buio, dell'uomo nero - è un qualcosa che ci appartiene ma che non riusciamo a mettere a fuoco, quella per la malattia è invece qualcosa di tangibile, misterioso e angosciante che tutti affrontiamo e di cui tutti abbiamo coscienza. Mater Morbi - una donna sensuale e spaventosa che si nutre dell'agonia - è la personificazione di questa coscienza, è la paura che, come per i vampiri, prende forma per far sì che la si possa affrontare in modo che l'esito della lotta (impari, perché è destinata a vincerla) sia quanto meno incerto. Un albo da consigliare per l'intensità dei disegni, per la forza della sceneggiatura e per l'anima stessa che l'autore è riuscito a dare ad ogni passaggio, uno dei migliori lavori letti nel 2009, uno dei migliori DYD di sempre.

di Francesco Cascione

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