Magazine Martedì 5 gennaio 2010

Desmond Morris: i rapaci da Picasso a Harry Potter

Magazine - Desmond Morris, etologo indimenticato de La scimmia nuda (Bompiani 1992), interprete del comportamento umano da un punto di vista zoologico, rende giustizia alle civette, ai gufi, agli allocchi ed agli assioli in un'opera coloratissima di fotografie e disegni capaci di volare via.
Le civette e altre creature della notte (Owl, nella traduzione vibrante di Viviana Serqua - Castelvecchi 2009, 253 pp, 16 Eu) è un libro veloce e silenzioso come la notte.

Il termine scientifico per i predatori che non fanno rumore è strigiformi, perché a forma di strige, il rapace notturno tipico della letteratura. Hanno un volo silenzioso più di ogni altro predatore diurno, occhi sgranati caratteristici, testa antropomorfica svitabile, e un udito divino. Ingurgitano le prede vive per poi sputarle eviscerate in pallottole di pelo chiamate borre, compatte come bossoli.
Circa trentamila anni fa sul soffitto di una grotta in Francia, a Chauvet, venne incisa la figura di un rapace notturno, ma è l’Atene dei Greci (siamo già nel 109 – 108 a.C.) il luogo ove divenne sinonimo di saggezza come la dea: il nome scientifico della civetta comune è infatti Athene Noctua. Per secoli le monete ateniesi vennero chiamate civette ed oggi l’euro ateniese continua a portare impresso sul metallo vile l’abitatrice della notte.

Hieronymus Bosch, uno dei maestri occidentali più tetro e creativo, come lo definisce Morris con una unghiata incisiva, usa la civetta per introdurla dentro la Fontana della Vita all’interno del Giardino delle Delizie (1503 – 1504), dove il significato di tale interpolazione si carica di una simbologia tutta da interpretare.
Chi però ruba davvero l’anima alla civetta e la mette su tela è Albrecht Durer, nel 1508, con un acquerello neutro ma vivo.

Michelangelo scolpisce un barbagianni oscuro e madido di ombre per la tomba di Giuliano dei Medici in San Lorenzo a Firenze, mentre Francisco Goya nel 1797 deposita nell’immaginario collettivo una radiografia con contrasto della mente umana orfana di senno.
L’acquaforte in cui un uomo dorme ed ha sul capo pipistrelli lontani che vicino si rivelano per gufi o civette, resta la profetica anticipazione dei più orribili sogni che Freud cercherà di denudare su carta un secolo dopo circa.

Pablo Picasso in La Civetta su una sedia e tre ricci di mare (1946) ne ritrae una minuscola trovata in fin di vita ad Antibes, a cui il pittore per dispetto della tristezza caratteriale urlava oscenità indicibili traendone un semplice sbuffo. Anche il pittore di Guernica si sentiva un gufo ed il suo amore per gli strigiformi fu tale da ritagliare i propri occhi fotografati per incastonarli dentro un sintetico autoritratto a forma di gufo, appunto.

L’ultima artista conosciuta capace di donarci uno sguardo assoluto di un’anima, è inglese e si chiama Tracey Emin (nata nel 1963). Si tratta – guarda caso – ancora di un’acquaforte (l’arte in cui Durer eccelleva) con un titolo enigmatico: Little Owl – Self – Portrait (Piccola civetta – Autoritratto) ed è del 2005.
Ridicolizzata per aver esposto alla Tate Gallery il proprio letto disfatto, ci regala la visione più perforativa di una civetta infantile i cui occhi sembrano quelli di un lago dove l’anima rischia di perdersi.

Questi animali che tornano in tutte le fiabe – e si pensi soltanto ad Edvige, la civetta delle nevi di Harry Potter – hanno una loro precisa ragione di esistere anche nell’immaginario. È significativo che la copertina di Skellig, uno dei romanzi più strani ed inquietanti di David Almond sulla vita di un uomo uccello amante della birra scura e del cibo cinese, metta in bell’evidenza un gufo reale con gli occhi gialli spalancati. Vederne ancora una, alla sera, quando imbrunisce e la nebbia comincia a prendersi le case ed entra nei polmoni, resta una notevole apparizione. È la rivincita dei sognatori sul progresso. O di un altro mondo segreto, ma altrettanto presente.

di Alberto Pezzini

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