Aspettando Godot: Zavatteri è Vladimiro - Magazine

Teatro Magazine Teatro Duse Lunedì 7 maggio 2001

Aspettando Godot: Zavatteri è Vladimiro

Magazine - Quattro parole con uno degli interpreti di Aspettando Godot e membro del Gruppo U.R.T. Al Duse dal 9 al 14 maggio.

Aspettando Godot è il vostro cavallo di battaglia?
No, non proprio. È uno spettacolo agile a livello pratico. Coniuga due aspetti: ci stimola molto e commercialmente ha un certo ritorno. È la terza cosa che abbiamo fatto come U.R.T., ed è anche lo spettacolo che abbiamo ripreso di più: circa 110 repliche.
Inoltre, è con questo spettacolo che abbiamo capito molte cose e di conseguenza impostato la nostra ricerca in ambito recitativo.

Che cosa contraddistingue il vostro Godot?
La comicità. Un carattere che viene fuori in tutti i nostri spettacoli. Ma anche una caratteristica intima del testo. Il tragico di Beckett è infatti densamente impregnato di comico e trattandolo con leggerezza, secondo noi, arriva in modo più forte al pubblico.
Per altro, con il comico la risposta non è mai la stessa. Cambia in relazione allo spazio, alla serata e all’età degli spettatori. Anche per noi l’approccio allo spettacolo varia molto in funzione del pubblico: è più comico con le scuole, con il pubblico adulto, invece, c'è una lettura più attenta dei messaggi tragici e esistenziali. Devo confessare che noi stessi ci divertiamo molto ed è così che speriamo di trasmettere il lato divertente del testo.

Da cosa vi arriva la spinta alla ricerca?
Il discorso è un po’ articolato. Ti faccio un esempio: secondo noi “Il Calapranzi” di Harold Pinter ha molto poco a che fare con l’assurdo. Si tratta di personaggi che hanno da fare delle azioni ben precise. Invece, in Aspettando Godot i personaggi non hanno proprio niente da fare. Questo per arrivare a dire che, con il testo di Beckett, ci siamo trovati di fronte alla difficoltà di essere attori sulla scena a prescindere da quello che stavamo facendo, ovvero di fronte alla necessità di trovare il nostro peso specifico indipendentemente dal testo. Abbiamo speso molto tempo a provare le prime scene, poi abbiamo capito che trovare rilassatezza e tranquillità in scena non è solo un fatto naturale, bensì frutto di una ricerca ben precisa. Elemento fondamentale per avere una propria autonomia al di là di ogni altro elemento o apparto teatrale (scene, regia, testo, etc.)

Quale altra lezione avete tratto da Beckett?
Una lezione di vita. Perché Aspettando Godot è un testo universale. È uno dei più grandi testi del ‘900. L’altro che mi viene in mente è sempre di Beckett ed è Finale di Partita, che a mio avviso è anche più bello.

Tu sei Vladimiro. Qual è la differenza con l’Estragone di Alberto Giusta?
Si è detto di tutto su di loro e su chi sono. Secondo noi sono due rappresentanti della vita e del mondo. Sulla nostra scena sono amici che si incontrano tutti i giorni. Si potrebbe dire, che a livello metateatrale, rappresentano due attori che si incontrano tutte le sere in teatro per le prove.br>Tutti e due hanno una coscienza, seppur limitata. Sono molto poco legati alla concretezza. Tra i due Vladimiro, in termini di coscienza e memoria, è più assennato.

Fino a che punto avete rispettato il testo?
Quasi integralmente, a parte alcuni piccoli tagli. Quando si è trasformato, è stato tramite improvvisazione. Il che non credo sia un tradimento, ma piuttosto un essere lì, in scena, presenti tutte le sere e reagire ad ogni nuova condizione.

L’impegno attuale è la preparazione dello spettacolo “Schweyk nella seconda guerra mondiale”, cosa puoi dirci?
Sì stiamo già provando. È una pratica – quella di provare un mese prima dell’allestimento – che abbiamo consolidato ormai da qualche tempo.
Scweyk è un lavoro atipico rispetto a quello che ho fatto fino ad ora. I personaggi hanno caratteri molto specifici, non hanno una psicologia complessa, bensì un unico obiettivo da raggiungere.

Qual è il tuo personaggio?
Io sarò Baloun. Un personaggio che ha sempre fame. Si tratta della fame di tutti i tempi, ma anche soltanto di una sua istintiva necessità che sta anche alla base dell’esile trama del testo.

Che rapporto avete con Brecht?
Non ne conosciamo la tradizione di messa in scena. Sappiamo che andava forte negli anni ’70. Nella storia delle messe in scena italiane si ricorda il lavoro fatto da Strehler, quello del Gruppo della Rocca e poi ci saremmo noi che dovremmo produrre una lettura di terza generazione.
Il testo ci piaceva molto, anche se devo dire che personalmente Brecht non mi ha mai appassionato. L’ho sempre trovato eccessivamente verboso e didattico. Invece, devo ammettere che mi sono accorto che non il suo non è un teatro di sola parola, ho scoperto anche l’azione.

Un profilo del Gruppo U.R.T. lo trovate in Leggi l'articolo Un'intervista a Jurij Ferrini - regista e attore di Aspettando Godot: Leggi l'articolo
Il sito della compagnia lo trovate all'indirizzo www.progettourt.it

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