Magazine Lunedì 7 maggio 2001

Matteo Galiazzo: dopo la carne il rutto

Non fidatevi della carta d’identità di Matteo Galiazzo. Perché c’è scritto che è nato a Padova nel 1970. Uno si aspetta un giovane scrittore, magari con tendenze splatter, un po’ cannibale, insomma, e con l’accento veneto.

Poi scopri che è da quando ha un anno che vive a Genova e che del cannibale non ha assolutamente nulla, se non l’esordio nell’antologia (Einaudi Stilelibero, 1996). È pacato e gentile, forse un poco timido. Sicuramente modesto. Può anche capitare che ti dica che sì, la letteratura è utile sul piano umano, ma non risolve certo dei problemi. Insomma, che è meglio non interrogarsi troppo sulla sua utilità.

“Quando ho cominciato a guardarmi in giro per pubblicare su alcune riviste, mi ha colpito il per l’approccio che aveva nei confronti della letteratura: la prendevano molto bassa. Sai, io ho fatto ragioneria, non sono un intellettuale.
Così ho cominciato a inviare i miei racconti. Era l’inizio degli anni ’90, e la rivista era poco più che un insieme di fotocopie. Poi sono passato a far parte della redazione: ci siamo costruiti una fama, magari anche di “stronzi”, perché avevamo gusti difficili e poi perché abbiamo fatto dei numeri molto belli. Questo era possibile perché non chiudevamo un numero fino a che non avevamo tutti racconti buoni. Per questo avevamo una periodicità irregolare. Molto irregolare”.

Ora il Maltese ha spiccato il volo tra le accoglienti braccia della Holden (vedi Leggi l'articolo ) e ha una cadenza fissa. Anche Galiazzo è diventato “grande”. Ormai è uno degli scrittori più affermati della nuova generazione, con due libri pubblicati da Einaudi ( e ).

Cosa ti sentiresti di consigliare a un aspirante scrittore che voglia tentare l’avventura?
“Ti dirò… va tutto bene. Nel senso che prima o poi, comunque, trovi qualcuno che apprezzi quello che fai. Secondo me l’importante è non fare mai della cronaca: se oggi parli di clonazione, o hai qualcosa di veramente interessante da dire, o rischi di trovarti superato troppo in fretta. Poi è fondamentale trovare una lingua con la quale esprimersi bene, in cui trovarsi a proprio agio.
Personalmente non amo molto gli scrittori “secchioni”, quelli che devono far vedere quante cose sanno, come sono bravi. Uno alla Tiziano Scarpa, per intenderci: lui può permettersi di fare certe cose perché le fa bene, negli altri diventano puro esibizionismo”.

Cargo è del 1999. A quando il tuo prossimo lavoro?
“Intorno a ottobre. È un romanzo e si intitolerà Il rutto della pianta carnivora. È un omaggio a Tim Burton e a Mars Attack, ambientato a Genova. Poi uscirà anche un racconto in un’antologia della Litteralia, Racconti rubati. Ci hanno chiesto di riscrivere Cortazar”.

Una cover. Non è la prima che fai: ultimamente hai partecipato all’operazione radiofonica di riscrivere Cuore di De Amicis. Come ti sei trovato?
“Bene, non avevo mai letto Cuore: è retorico, questo lo sanno tutti, e quindi non mi sono stupito. Ma l’operazione di riscrittura mi piace molto, ti toglie delle responsabilità nello stendere la trama. Ti concentri solo su alcuni aspetti della scrittura: è un po’ come fare le parole crociate facilitate”.

Che tipo di lettore sei?
“Mi piacciono molto i libri con un sacco di pagine. Purtroppo escono romanzi sempre più corti. Anch’io mi sento un po’ colpevole, come autore, perché seguo questa tendenza, ma scrivere tanto è faticoso”.
di Donald Datti

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