Magazine Lunedì 14 dicembre 2009

Il peso della farfalla, di Erri De Luca

Magazine - È un libro leggero come una ragnatela, questo.
Il peso della farfalla, di Erri De Luca (Feltrinelli 2009, pagg. 70) è pensato per l'inverno, anzi per il Natale.
Lui è un cacciatore eccezionale, l'altro è un camoscio fuori dalla norma: il re dei camosci. La loro storia è un abbraccio mortale. Il cacciatore insegue la preda che regna sulle montagne, sui maschi più giovani, sulle femmine dominate e sui piccoli nati in primavera. La caccia terminerà con la più grande disillusione mai provata prima. La consapevolezza di avere quasi rubato un sogno, quello del camoscio.

De Luca ha scritto pagine da meditare, che sembrano arrivare direttamente da una storia vera. Questo cacciatore sembra ispirato a Franco Miotto, il re dei viaz, sentieri aerei sulle montagne bellunesi, che soltanto lui e i camosci conoscevano.
Un uomo che quando abbatté il più bel camoscio della sua vita, un vero re delle vette, capì la parte più triste della vita, e cioè che niente resta mai come prima quando hai realizzato un sogno. Capita a volte con le persone che la vita ha maggiormente omaggiato di doni.
Questa situazione sardonica, quasi, per cui alla realizzazione del sogno di una vita - prendere con un solo colpo il re dei camosci - la vita ti rivela in un solo clic tutta la tua povertà, è stata reso benissimo da una scrittrice di montagna nel 2002. Luisa Mandrino, autrice profondamente interiore de La forza della natura (Cda & Vivalda Editori), aveva raccontato la vita di Franco Miotto. Con uno stile romanzesco e vitale come, appunto, un vero camoscio.

Miotto era una forza della caccia ed aveva deciso ad un certo punto - da un attimo all'altro - di lasciare la caccia. La decisione gli venne imposta da quella morte, quella che lui aveva dato al più bel camoscio della sua vita."Fu un tuffo al cuore, forte e disperato e quel colpo appena sparato perse il suo valore e la sua precisione e sembrò, all'improvviso, odioso e tirato a caso e Franco sentì di essere fuori posto, come se si fosse impadronito di un sogno altrui. Tutto quel che non aveva mai visto fu chiaro in quel momento".

È lo stesso disgusto umano, come uno sbocco di sangue che ferisce il cacciatore di De Luca:"Niente aveva capito di quel presente che era già perduto.In quel punto finì anche per lui la caccia, non avrebbe sparato ad altre bestie. Il presente è la sola conoscenza che serve. L'uomo non ci sa stare nel presente".
Sembra di guardare negli occhi - indimenticabili - di Robert De Niro quando scambia uno sguardo eterno, affratellante, con il cervo che chiude Il Cacciatore, il film dove la violenza e il sangue vengono salvati da quegli occhi animali che sanno molto più di quelli umani.
De Luca deve avere provato uno scoramento interiore più crudo degli altri. Deve avere trovato - nella realtà - una storia più vera e più incarnata di quelle tradotte dalle Sacre Scritture. Una storia più parlata agli uomini. Paradossalmente, grazie ad un animale, per quanto nobile possa essere il re dei camosci.

Questa scossa che si trasforma in scintilla, l'unica forza capace di far vivere una storia vera già vissuta, è la reazione che sorprende l'uomo quando uccide il camoscio. Lo stupore gli viene da come si comportano gli altri camosci. È in quel momento che l'animo umano si spaura. Franco Miotto ci racconta cosa vide dopo aver ucciso quella meraviglia di animale, quell'esemplare che faceva vibrare il terreno, un maschio di dieci anni per cui ti chiedi se ne hai mai visto uno più bello:"Si fermò e guardò col binocolo. Ed era una cosa che non gli era mai capitata di vedere. Mezzo incredulo, un po' scocciato, eppure affascinato, vide che sbucando dai rami di larice, senza correre, appena scosse da un tremito, le femmine coi loro piccoli tornavano indietro con gli occhi sbarrati, si fermavano un momento accanto al corpo del grosso camoscio e lo guardavano...Tornarono anche i maschi più giovani, quelli che lui aveva cacciato via a cornate nel sedere e senza curarsi dei rumori circostanti si avvicinavano, uno per uno, come per rendergli omaggio e anche un vigoroso giovane che aveva resistito alla carica, l'ultimo che aveva buttato fuori, si fermò e lo guardò, abbassando il bel muso, fin quasi a sfiorargli il trofeo".

Poi quei quaranta occhi di camosci sopravvissuti, e che ora non avevano più paura, lo guardarono in faccia. E non accennarono ad andare più via perché non volevano mollare il loro re, quella carcassa che era stato in vita la vita stessa per tutti loro. C'è da capire che si tratta di un momento terribile, dove l'aria di montagna sembra squarciata da un dolore che non si perderà più. De Luca prende quel momento di strazio puro, dove la vita viene via come una buccia e non sai se per capriccio o per destino, e ci dà una descrizione catartica del dolore scaturito da un'anomala reazione zoologica:"Qui l'uomo vide una cosa che mai era stata vista.Il branco non si disperse in fuga, lentamente fece la mossa opposta.Le femmine prima,poi i maschi, poi i nati in primavera salirono verso di lui, incontro al re abbattuto. Uno per uno chinarono il muso su di lui, senza un pensiero per l'uomo in agguato...Niente era più importante per loro di quel saluto, l'onore al più magnifico camoscio mai esistito".

La favola di De Luca finisce in maniera meritoria anche per gli animali. Il brutto è che la fine sa di una carezza lieve, gentile, anche se si chiama morte.

di Alberto Pezzini

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