Magazine Mercoledì 9 dicembre 2009

'Veracruz', il nuovo romanzo di Valerio Evangelisti

Magazine - A meno di un anno da Tortuga, tornano i pirati della Tortue di Valerio Evangelisti. Un euro in più, uguale numero di pagine – per la verità una in meno – Veracruz (Mondadori, 2009, 329 pp, 17,50 Eu) è il prequel di Tortuga. Parliamo di una città situata all'interno del Golfo del Messico, proprio nel cuore pulsante della Corrente del Golfo. Viene assalita dai nostri corsari, depredata, messa a fuoco, violentata nelle donne e denudata delle merci. Diventa un deserto.

Siamo nel 1683 e Michel De Grammont, l’ultimo comandante guida dei Fratelli della Costa, prende questa decisione rivoluzionaria. Espugnare Veracruz, la città più importante della Nuova Spagna, distruggendo così tutta la rete dei contatti diplomatici europei dell’epoca. L'impresa sarà condannata anche dalla corona di Francia in nome della quale i Fratelli si dicono gli agenti segreti sui mari. Veracruz si trasforma così in un casus belli che condannerà i Fratelli e il loro comandante. Ostaggio, lui, di una donna che riesce a far liberare, la sua sorella più piccola tumulata viva dentro una prigione inumana dai cattolici spagnoli. La sete di vendetta diventa per De Grammont una benda spessa sugli occhi e gli fa perdere la visione strategica dei mari.

Insieme alla moribonda, un’altra presenza femminile che conturba le menti è Gabriela Junot – Vergara, preda del saccheggio, e stuprata con piacere apparente da uno dei comandanti del Re della Corsa. Tutto viene narrato dalla voce di Hubert Macary, ufficiale votato all’obbedienza più cieca se non fosse per quell’inclinazione incoercibile verso le donne fatte di senso e bellezza. Macary sarà poi colui che si perderà nelle ultime pagine di Tortuga scomparendo dentro una fine tanto nefasta quanto inattesa. La storia dei corsari è tutta qui, sempre con il solito meccanismo del romanzo d’appendice. Ogni paragrafo fa saltare di corsa verso l’altro, sempre con il fiatone. Evangelisti ha individuato un filone aurifero che sa gestire molto bene. L’impasto è il solito: avventura, sangue, intrighi, passioni e sesso. Qui, rispetto a Tortuga, è più fine, più lontano all’orizzonte ma lo si avverte come la vera molla della storia.

Se si apre Il Corsaro Nero di Emilio Salgari (1898) ci si può toccare e pizzicare perché le cose non sono cambiate. La stessa orditura, la stessa velocità nella narrazione, soltanto con qualche pepita di appetito maschile concessa in più ai lettori che sociologicamente si sono evoluti verso un tipo di avventura dove il sesso è divenuto una componente fisiologica necessaria per vendere e, ohibò, per farsi leggere con un certo interesse.
Evangelisti ci confessa nella nota finale di avere già in mente il terzo tomo con il titolo Cartagena, che prima o poi scriverà. Conterà le stesse pagine, costerà un euro in più, e sarà anch’esso capace di far sentire il mare come le conchiglie. La mano di Evangelisti – quel che è giusto va detto – è però la più abile nell’arte di imitare Salgari e la sua capacità mimetica supera di gran lunga anche I Corsari di Levante (Tropea, 2009) di Arturo Perez – Reverte, che letto in controluce è più intellettualistico e meno maroso.

Evangelisti – in fatto di corsari – è più audace, ha una maggiore visione fumettistica dell’intreccio che sa far pesare di più sulla bilancia. Perez - Reverte è in affanno tra i corsari perché la sua mano resta quello dello spadaccino, dell’indimenticabile e supremamente terreste maestro di scherma Alatriste che – sul mare – fa la figura del piemontese alla spiaggia. D’altro canto gli spagnoli, con quei galeoni così pesanti, perdono sempre contro i corsari. È una legge che regola le storie della Corsa. La Spagna è sovrana di un impero dove il sole non tramonta mai. Sulla terra, però, soltanto sulla terra.

di Alberto Pezzini

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