Magazine Sabato 21 novembre 2009

Meldolesi, Koltès e il carteggio Sanguineti/Anceschi. Consigli di lettura

Magazine - Un maestro di teatro bolognese. Il “Teatro di massa”, cinquant’anni fa
Quanto Claudio Meldolesi (scomparso nel settembre di quest'anno) tenesse a ricordare, valorizzandone storicamente ed esteticamente il lavoro, pure lontano, di Luciano Leonesi (nato a Bologna nel 1928), lo si deduce dal libro a lui dedicato (a cura di Claudio Meldolesi – Piero Ferrarini, Luciano Leonesi. Maestro di teatro a Bologna, Roma, Bulzoni, 2008, pp. 232, euro 18,00) e al Convegno sul “Teatro di massa” che lo storico insigne contribuì a organizzare presso l’Università di Avignone. L’incontro avignonese (ottobre 2009), che proprio dall’esperienza emiliana del dopoguerra ha preso l’avvio e il tema, ha offerto svariati interventi e punti di vista, rinnovando uno scambio fra Italia e Francia di valore informativo inedito. Il libro si propone di ricordare (a quanti conobbero fatti e protagonisti originali) e di far conoscere alla generazione più giovane, un’avventura creativa e organizzativa, centrata sulla personalità semplice e poliedrica di Luciano Leonesi; sulla sua traversata lungo mezzo secolo teatrale italiano, guidata dall’idea della partecipazione e della diffusione dell’arte in ambito autenticamente popolare.

Tre sono le fasi delineate: gli inizi e la collaborazione con il Teatro di massa; la fondazione – a proseguimento audace e necessario del primo tentativo interrotto – del Gruppo Teatrale Viaggiante, ispirato da Jean Vilar. Seguono le messe in scena per il Teatro Aperto e il Teatro Dehon di Bologna, realizzate “immaginando un Nuovo Teatro Popolare”, significativamente fondanti, per chi abbia frequentato o studiato l’evoluzione del Teatro popolare europeo, dagli inizi del 900, con la centralità assunta in Francia dal TNP di Vilar e dai Teatri Stabili (nel movimento del Decentramento) in Italia. Fenomeni metamorfici, le cui risonanze e valenze si propongono ancor oggi ad oggetto di discussione e di auspicabile riforma per aderire alle mutate esigenze dei nuovi spettatori.


La (prima) biografia di un autore teatrale misterioso: Bernard-Marie Koltès
Nel ventennale della morte, assieme a convegni che si accavallano sull’opera di Koltès (1948-1989) esce la prima biografia dell’autore, a cura della giornalista di spettacolo di “Le Monde”, Brigitte Salino (Bernard-Marie Koltès, Paris, Stock, 2009, pp. 360, euro 21,50). Il libro arriva in un momento di attenzione critica, applicata alla drammaturgia dello scrittore (anche romanziere, e cineasta mancato) prematuramente scomparso; abbozza bilanci sul senso che essa ha assunto fra i capolavori (ritenuti tali) della fine del Novecento: anche da noi in Italia, dalla prima rappresentazione di Negro contro cani, con la regia di Mario Missiroli (Torino, 1984), l’autore veniva trattato come un classico. Per la sua capacità di trascendere i fatti di cronaca, presi a spunto dei suo drammi, riuscendo a trasformarli in mitologia; assecondato dal processo di valorizzazione e diffusione da parte dell’élite culturale francese, ineguagliabile costruttrice di miti letterari.

Le novità apportate dal libro consistono nel ricostruire le circostanze e le tendenze del ragazzo votato all’arte: letture e passioni, nascondimenti creativi e fughe verso regioni inesplorate, dell’animo e dei rapporti umani, crudeli e amari. Les Amertumes è appunto la prima prova drammatica (1970), ispirata a Infanzia di Maksim Gor’kij; Dostojevskij e Proust, Melville e Conrad, sono altri giganti letterari capaci di fomentare l’immaginazione e fornire materia di ammirazione e meditazione al giovane artista. Momenti di tenace attività, nel desiderio di diventare autore teatrale, appaiono con altri due testi, nati dal fervore e da un’impazienza a volte angosciosa: tutt’altro che “drammaturgo per caso”, come si poté credere, al tempo del suo improvviso, discusso successo, allestito a Nanterre da Patrice Chéreau nel 1983! La Salino scandisce le informazioni inedite senza enfasi, fornisce documenti interessanti a una vicenda altrimenti incomprensibile. Erano intanto usciti alcuni testi importanti per la conoscenza dell’uomo di cultura, del vagabondo instancabile: le interviste di Une part de ma vie (1999) e le Lettres (2009). La biografa fornisce alcuni intermezzi, dedicati all’intimità del poeta, quali Il est un lac, au Guatemala; Un ange mélancolique; Guerrier de la beauté; Il neige en Afrique. Il paragrafo Je veux faire une cure de sommeil, infine, ci accompagna nell’agonia, lasciando un’immagine di Madre e Figlio degna d’una Pietà senza tempo. Su questi dati, ancora insondati (se si eccettuano i contributi più significativi emersi dai Convegni di Caen (ottobre 2009) e di Parigi (novembre 2009), si baserà l’ulteriore conoscenza di un’opera breve, tormentata, di cui appena si intravede – nelle discontinuità e negli immancabili contrasti - l’elaborazione unitaria e decisa verso un esito comunque affascinante.

Un carteggio di formazione: Sanguineti apprendista poeta
Sono in tutto 284 le lettere inviate da Edoardo Sanguineti a Luciano Anceschi e questa Antologia (Edoardo Sanguineti, Lettere dagli anni cinquanta. A cura di Niva Lorenzini, Genova, De Ferrari, 2009, pp. 280, euro 18,00) ne sceglie 158 (dal 30 aprile 1954 al 4 gennaio 1961). È l’occasione per verificare oblio ed ignoranza sulla personalità di Luciano Anceschi (Milano 1911 – Bologna 1995), insegnante di Estetica all’Università di Bologna, studioso dell’Ermetismo; fondatore della rivista “Il Verri”. Ignoranza minore, forse, si denuncia per Edoardo Sanguineti (docente a Torino, Salerno e Genova), oggi accessibile come poeta e romanziere della (neo) avanguardia e post; come drammaturgo e traduttore; critico di perspicacia raffinata. Qualità che traspare netta dal carteggio lungo gli anni dell’elaborazione della prima raccolta poetica, Laborintus (1956) e dei saggi Interpretazione di Malebolge e Tra liberty e crepuscolarismo (1961). È storia epistolare dei tentativi di confronto precoce con la critica italiana, condotti con intraprendenza e notevole autostima, fra i venticinque e i trent’anni, segnata dal dato saliente della torsione autoironica della scrittura. Di quella caratteristica stilistica, il lettore può servirsi per operare raccordi illuminanti fra quell’esperienza lontana e le prove più recenti dell’autore, quali Il chierico organico (2000) e Mikrokosmos (2004), mentre i debiti verso il Maestro e verso l’ambiente da lui influenzato, aiutano a interpretare l’evoluzione di uno fra i nostri intellettuali più originali.

di Gianni Poli

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