Judith Malina: il Living Theatre oggi - Magazine

Teatro Magazine Sabato 5 maggio 2001

Judith Malina: il Living Theatre oggi

Magazine - Incontro Judith Malina al Teatro Modena. È ospite con il Living Theatre per il laboratorio.
Le chiedo se vuol parlare in inglese, ma la sua voce corre già in fretta lungo parole italiane. È impossibile farle domande. È affascinante. Non me la sento di interromperla, la lascio proseguire.

"Oggi abbiamo una bella sede a Rocchetta Ligure - Palazzo Spinola – dove approfondire il nostro lavoro. Ma il nostro è un continuo spostarci da un luogo all'altro: domani sarò a Catania e dopo siamo stati invitati in Libano.
La risposta ai nostri spettacoli è sempre diversa. La audience america ci insulta e dice “Go back to Russia”. Figurati. In Italia invece la partecipazione è incredibile. Nello spettacolo in giro adesso, “Not in my name” (“Non è il nome mio”) - centrato sulla pena di morte - c’è un momento in cui ci avviciniamo al pubblico e diciamo “I’ll swear I’ll never kill you, can you promise the same to me?” (“Giuro che non ti ucciderò mai, puoi promettermi la stessa cosa?”), sono molti in Italia a piangere".

Come cambia lo spettacolo, di volta in volta?
Lo adattiamo a chi sta per essere ucciso. Parliamo di lui/lei, della sua vita attraverso varie testimonianze (madre,avvocati). Per la fine dello spettacolo il condannato sarà già morto. L’idea di fondo è rovesciare il ciclo della violenza e della vendetta che così profondamente appartiene ad ogni cultura.

Qual è la conclusione che volete trarre dallo spettacolo e trasmettere al vostro pubblico?
Lo spettacolo è un modo per chiedersi “cosa si poteva fare per evitare che accadesse un’altra volta?” Forniamo l’esempio di una possibilità, interrompere una pratica disumana, attraverso l’azione individuale, nel tentativo di entrare a far parte di un cambiamento sociale. Dire: “giuro di non ucciderti”, è un atto politico, prima di essere un “gesto” sentimentale.

State preparando un nuovo spettacolo?
Uno spettacolo sulla Resistenza, “Resistance”. A New York ha avuto grande successo. Ora lo prepariamo in versione italiana per una tourneé in Piemonte.

Com’è nato?
Abbiamo preso spunto dall’ambiente in cui viviamo, Rocchetta Ligure. E’ un piccolo paese con una sola strada. Non succede mai niente. I giovani sono partiti, restano i pensionati. Eppure c’è stato un tempo in cui anche qui la vita era emozionante. Qualcuno ha partecipato alla resistenza: momenti di gloria, in cui la vita era bruciante.

Contro chi o cosa oggi bisogna resistere?
C’è un nuovo spirito rivoluzionario tra i giovani. È un momento meraviglioso di rinnovata energia.
Il nemico nebuloso è il capitalismo. Oggi siamo tutti capitalisti. Ma anche anticapitalisti, e allora? L’unica possibilità è sviluppare una nuova mentalità nei confronti dell’anticapitalismo, perché si tratta di una forma di cui facciamo inevitabilmente parte. Moltissime sono le problematiche (schiavitù dei bambini, ecologia, fame nel mondo) e molti e nobili sono i movimenti che tentano di fare qualcosa. Senza togliere valore a queste azioni, è necessario credere in un movimento unitario di protesta. I giovani che si sono mobilitati nei confronti del G8 vanno nella direzione giusta.

Cosa fate invece con i vostri laboratori e seminari?
Insegnamo la creazione collettiva. Facciamo pezzi classici del Living. Ci occupiamo di trasmettere le nostre tecniche, fornire un vocabolario.
Cominciamo con una domanda: “Cosa abbiamo da dire?” Una volta decisa la tematica, cominciano i momenti di discussione che durano 4 ore o più, dipende. Le intenzioni che vengono fuori sono le più disparate. La solitudine, per esempio, è un tema tutto italiano che torna sempre. Ogni gruppo costruisce una scena che si interseca poi con quelle degli altri. Di solito il laboratorio si chiama “un giorno nella vita della città”. Qui a Genova abbiamo cambiato idea. Tutti lavoriamo su diversi aspetti del soggetto: “Cosa vuol dire resistenza oggi”.

In che modo il Living sta ancora ricercando?
Stiamo ancora ricercando all’interno della divisione in classi nel teatro tra spettatori e artisti. Quelli che pagano e quelli che vengono pagati. Chi al buio e chi alla luce. Il nostro intento è distruggere questo sistema di classi. Per anni ci siamo chiesti qual era la differenza tra noi e loro. A parte la questione di chi paga, che abbiamo risolto facendo performance gratuite. È restata una differenza: noi siamo preparati su un tema e loro no. In questo senso noi ci consideriamo un’élite. Loro hanno in più la spontaneità. Noi siamo un gruppo omogeneo: pacifisti, anarchici, quasi tutti vegetariani, e di certo tutti femministi. Loro, gli spettatori, sono tutti diversi. Noi possiamo dargli un campo fertile su cui creare e scoprire delle cose. E’ questo quello che si può dare: uno spazio di uguaglianza. Qualcosa che stiamo ancora cercando.
Non parlo di far ballare lo spettatore. Ma di decidere in quale direzione “the play is gonna go”.

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