Magazine Martedì 10 novembre 2009

'Il ghiacciaio di nessuno' di Marco Preti

Magazine - Nell’estate del 1914 Italo Cattaneo si arrampica sulla parete del Cornetto di Salarno, in Adamello. Compie una scalata magica, che lo fa diventare un alpinista non più in sedicesimo. È la prima ed ultima scalata in pace. Di lì a poco la Grande Guerra sarebbe scoppiata, e la vita non sarebbe più stata dolce come le grandi tette di una quindicenne scovata dentro ad un rifugio.
Nel suo esordio l’alpinista e regista Marco Preti vive ne Il Ghiacciaio di Nessuno (Mursia 2009, 303 pp, 18 Eu) una storia di montagna, guerra, CAI, generali troppo ambiziosi, e vita beffarda. È la storia degli alpini sciatori, di quelli che hanno fatto la guerra bianca avendo come compagno esistenziale un terzo uomo che li accompagnava sempre in silenzio, la Morte Bianca.

Sul confine tra Austria ed Italia, allo scoppio della Guerra, gli Alpini sciatori cercheranno di conquistare una via di uscita verso Trento mentre gli austriaci proveranno a guadagnarsi via libera verso Milano e Brescia. Preti usa la propria copiosa esperienza alpinistica come mezzo per sostanziare una storia di guerra. Utilizza i nomi di amici scalatori viventi (forte) con cui ha conquistato montagne nel mondo, e partorisce una lingua giovane, da eterno adolescente: curiosamente sembra derivare però dalla consuetudine con i resoconti che gli alpinisti buttavano giù soltanto per il loro ambiente ristretto di soli amatori. È netta come certe mattine sull’Adamello dove devi portare gli occhiali da ghiacciaio per vedere. Questo accade perché Preti, da alpinista, ha subito un processo osmotico per cui la montagna deve avere imbevuto talmente il suo essere da farlo scrivere come un tempo. È un effetto medianico incredibile e quasi scientifico.
I personaggi del libro sono autonomi, capaci di respirare senza autore, li puoi vedere fuori dalle pagine. Il Tenente Cattaneo, il Capitano Mor, Il Generale Ubaldo degli Ubaldi e tanti altri come il Belva, un alpino mastodontico, sono persone vere, con tic e vezzi di carne vera. C’è da non crederci ad un libro di montagna così.

La Grande Guerra fa vedere in controluce uno sciame di emozioni. Gli alpini sono disegnati con una partecipazione animata, e l’Adamello è una montagna alta più di tremila metri ma che qui sembra un ottomila. È una storia di guerra per prendere un ghiacciaio che non sarà più di nessuno, con tutte quelle morti sbocciate come fiori di sangue sulla neve del Preti alpinista. L’operazione ricordo giocata con l’esperienza alpinistica di oggi funziona. Qui c’è il regista, però.
La guerra è comunque stata studiata a fondo dall’autore. Una sola notizia curiosa, anzi due. Gli alpini erano un bersaglio appetitoso per i cecchini austriaci: non avevano infatti le tute bianche (soltanto qualche ufficiale) bensì le mimetiche grigio–verdi. Sulla neve potevi centrarli come al tirassegno. Ad un certo punto, intorno al 1918, i muli saranno sostituiti dai cani, meno necessitosi di cure. Il finale fa male allo stomaco come un calcio di mulo. Ci senti Fred Uhlman e la storia di un amico ritrovato anche se Preti non ha risparmiato le munizioni per ottenere un finale maledettamente traditore.

La conquista dell’ultima cima è emozionale, e quasi cinematografica. Preti è riuscito a scrivere un libro da epopea già pronto per una sceneggiatura di successo. Le componenti numerose che quest’uomo raduna dentro di sé (regista, alpinista e scrittore) gli hanno permesso di costruire un prodotto molto duttile chè puoi già immaginare in pellicola. La scrittura non ha abdicato, però. È riuscito a domare le altre componenti per fonderle soltanto in quella della penna. Da alpino e da scrittore autentico, generoso come solo certi cavalli capaci di correre anche dentro il temporale.
È il romanzo alpinistico dell’anno, un esordio narrativo da invidiare alla Mursia, una scoperta di cosa la montagna significhi davvero ancora per certe persone che hanno voluto impostare la propria vita secondo il loro credo. O ci hanno provato.

di Alberto Pezzini

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