Magazine Venerdì 6 novembre 2009

La mia prima volta sulla neve. Un racconto di Giorgio Boratto

Pochi giorni fa Giorgio Boratto è stato protagonista di 'Genovainedita': oltre a parlare delle sue attività di promozione culturale nel capoluogo ligure, ha letto stralci dal suo primo romanzo (ancora incompiuto), il cui titolo provvisorio è Mille chilometri dal cuore.
Qui sotto vi proponiamo un racconto proposto in quell'occasione.

Magazine - Ti racconto quella mia prima volta sulla neve, intendo dire quella in cui ho messo gli sci. Avevo conosciuto una ragazza che mi piaceva molto. Si chiamava Paola. Le chiesi che cosa facesse la domenica e lei mi disse che andava a sciare.
Eravamo ai primi di dicembre e le mete sciistiche erano diventate il passatempo di moda in quegli anni: la montagna d’inverno, con lo sci, si era trasformata in un luogo di massa. Un altro segno del benessere. Appena mi disse che se volevo potevo andare con lei, sua madre e il suo rispettivo compagno, non persi l’occasione. Sì, le risposi. Volentieri. Toccai il cielo con un dito. Lei mi chiese se c’ero mai andato a sciare ed io incosciente, e per non sentirmi da meno, dissi ancora sì. Non era vero. Non ero mai andato a sciare. Non avevo niente da mettere indosso. Servivano scarponi, pantaloni da sci, giacca a vento, calzettoni pesanti… qualche maglione l’avevo ed iniziavo di lì, per quel venerdì in cui avvenne l’invito.

Mi rivolsi subito a mia sorella, che qualche volta a sciare c’era già stata. Lei mi disse che per gli scarponi potevo rivolgermi allo zio Franco; ne aveva un paio che teneva per le occasioni di gita in montagna. Erano anche di marca, mi disse: marca Pivetta. Il nome di un campione di sci, forse un poco antecedente a Zeno Colò. Io non avevo idea di cosa dovevano essere gli scarponi da sci. Ma mi sentivo a cavallo.
Per il resto mi indicarono una merceria che teneva di tutto e a poco prezzo. D’altronde non valeva la pena spendere molti soldi per una volta che andavo a sciare. E non avrei saputo se quella pratica mi sarebbe piaciuta e se poi avessi continuato. Trovai una giacca a vento e i pantaloni, che la merciaia mi disse avere da molto tempo in negozio, ma comunque essere di buona qualità. «Sono abbastanza impermeabili e vanno indossati sopra una calzamaglia», mi disse. Comprai pure quella. I pantaloni avevano le ghette per essere fermati all’interno dello scarpone… oppure fuori. Avevo delle possibilità. Andai a ritirare gli scarponi dallo zio, che mi diede insieme anche una scatoletta di grasso di foca, utile a tenerli morbidi ed impermeabili. Lo ringraziai di cuore. Ero pronto ad affrontare l’avventura dello sci.

Quella domenica mattina raggiunsi l’appuntamento con Paola, a Pegli verso le 6. La meta era Frabosa Soprana. Io ero senza auto e ricordo che presi il bus alle 5.30 di mattina già bardato da sciatore. Era la prima corsa, non c’era nessuno e meno male, perché notai subito lo sguardo meravigliato dell’autista del bus. Avrebbe dovuto guardare la strada, invece si incollò ad osservarmi. Forse voleva capire chi fossi. Un escursionista per chissà quale mèta. Senz'altro non per lo sci. Lo capii un po’ più tardi, quando vidi come erano vestiti Paola, sua madre e il suo compagno. Io apparivo veramente come Fantozzi sulla neve. I pantaloni erano un po’ grandi e li reggevo con delle bretelle, per questo tiravano un poco sul cavallo – ecco perché l’espressione ero a cavallo divenne pertinente - e li avevo infilati negli scarponi da cui uscivano un paio di calzettoni blu scuro.

Arrivati a destinazione capii un’altra cosa importante: gli scarponi dovevano avere la suola dritta e non a banana come quelli che mi aveva rifilati lo zio. Infatti appena andai a noleggiare gli sci nacque il problema degli attacchi. Nessun attacco riusciva ad agganciare lo sci: o si agganciava la parte anteriore o quella posteriore. Ero in apprensione. Fuori del negozio del noleggiatore mi aspettava Paola per prendere lo skilift e raggiungere Monte Moro, dove poi saremmo dovuti discendere. Dissi a Paola di andare avanti che l’avrei raggiunta in vetta. Poi mi rivolsi al noleggiatore e gli dissi che in una maniera o l’altra avrei voluto avere degli sci. Se mi accontentavo a quel punto mi avrebbe dato due legni, si chiamavano proprio così: gli antichi sci erano veramente di legno. Per scarponi antichi, giustamente sci antichi. L’attacco allora si risolse piantando un chiodo sulla punta dello scarpone e nello sci. Di entrambi. Ero pronto con somma sfacciataggine a prendere lo skilift.

C’era per salire una lunga coda ed io mi misi in paziente attesa. Avvicinandomi al piattello dello skilift, l’uomo preposto a porgerlo agli sciatori chiedeva a voce alta che chi fosse la prima volta che lo prendeva di dirlo. Io zitto. Guardavo in giro e nessuno diceva niente. Tutti erano veterani. Arrivato il mio turno, ecco il patatrac. Feci solo alcuni metri e, invece di tenermi rigido sulle gambe, mi abbandonai in una seduta sul piattello. Caddi all’indietro. Tutti quelli che mi seguivano cominciarono a cadere sopra di me… uno, due, tre, quattro. Fermarono l’impianto di risalita. Io mi trovai sepolto sotto una valanga umana. Arrivò un maestro di sci che aiutò a rialzarsi tutti e arrivò a me. Il guaio cominciò quando, per riuscire a farmi alzare, cercò di togliermi gli sci. Non riusciva a capire come fossero fissati agli scarponi. Armeggiava per riuscire anche a snodarmi le gambe, che avevano assunto una posizione a mo’ di nodo.

Il maestro dovette invitarmi a togliere gli scarponi. Riuscii con fatica finalmente ad uscire dalla situazione. Giusto in tempo che arrivò Paola. Arrivò sparata a fianco a me che mi ero appena alzato. Frenò e mi disse: «Ti ho aspettato su per un po’… poi ho visto che si è fermato l’impianto». È vero. Ho visto anch’io, risposi. Non sapeva che la causa di tutto ero io. Mi era andata bene. Mi disse che sarebbe tornata su. Il gioco era quello: andare su e poi scendere. Io le dissi che sarei andato a bere qualcosa, intanto pensavo di fare qualche prova nel campetto dei principianti. Almeno per riuscire a stare in piedi.

Quel giorno scoprii, anche per come venivo guardato a causa dei vestiti che indossavo, che Paola me l'ero giocata sulla neve. Infatti Paola non la rividi più. Le telefonai ancora qualche volta per uscire, ma lei disse che aveva altri impegni. Capii.

di Giorgio Boratto

Potrebbe interessarti anche: , Rosso Barocco, «l'arte può diventare una passione pericolosa»: l'ultimo noir dei fratelli Morini , Superman, a fumetti la storia dei suoi creatori: eroi del quotidiano con il dono di saper far sognare , Il segreto del mercante di zaffiri di Dinah Jefferies, una drammatica storia romantica , Maurizio De Giovanni, Il purgatorio dell’angelo: tempo di confessioni per il commissario Ricciardi , SenzOmbra di Michele Monteleone, un racconto per ragazzi che piace anche ai grandi

Oggi al cinema

Tempi Moderni Di Charles Chaplin Commedia Usa, 1936 Impazzito per i forsennati ritmi di lavoro della catena di montaggio, Charlot finisce in ospedale e quando ne esce non ha più lavoro. Trova lavoro come cameriere in un ristorante dove canta la sua ragazza, ma deve fuggire e i due si ritrovano all'alba,... Guarda la scheda del film