Magazine Giovedì 3 maggio 2001

Terrazze di Roma

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Litora litoribus contraria, fluctibus undas imprecor, arma armis: pugnent ipsique nepotesque.

Immaginavo una città ipermetrica come il verso di Virgilio. Sovrabbondante, traboccante, una cosa senza fine. Ero eccitatissima. Ed eccola, finalmente: Roma! Una strada solenne, iperpalazzata, dove le macchine scorrevano ipertrofiche, inebetite da un sole implacabile.

Via Tuscolana. E’ lì che ci siamo fatte scaricate. Davanti agli stabilimenti di Cinecittà. Ci avevano detto che quello era il posto giusto se uno voleva fare l'attore. Prima di sera avevamo rimediato una scrittura come comparse in uno spaghetti-wester. E una stanzetta all’ottavo piano di un apeificio, casa di un capogruppo. “Che ve fa schifo guadagnà un po’ de sordi? che ve frega de ‘sto Mino, dico io” aveva sbuffato il nostro ospite attuffandosi in un iperpiatto di bucatini all’amatriciana.

Non ci presero per fare le tenutarie o le ballerine di saloon. Non avevamo la bellezza ipersoda, iperesplicita e iperformosa delle romane. La nostra era una bellezza magra, interiorizzata, inapparente, le caviglie e i polsi sottili ci permettevano al massimo di fare la moglie cornuta di un cowboy o la sguattera di un maniscalco. Tornavamo nel tardo pomeriggio con le ossa rotte. Ketty si buttava sul letto accanto alla finestra sotto un sole che non avevamo mai visto. Fumava una sigaretta dietro l’altra ascoltando sempre la stessa canzone: gelosia, ah ah,/ gelosia nh nh/ è l’amore che non ti sorride più.

La sbirciavo dall’angolo dove lenivo il peso degli stivali pseudo fine ottocento americano tenendo i piedi a mollo dentro un catino d’acqua saponata. Invano cercavo sul suo volto i tratti di Didone. Roma glieli aveva lessati in pochi giorni.

Una mattina, Ketty ha detto che andava al bar e non è più tornata sul set. Credo che solo il fatto di portare una cuffia in testa e quattro sottogonne da quaquera mi abbia impedito di correrle dietro fino al più vicino casello autostradale.

Poi tutto è andato avanti con estrema lentezza e suprema velocità, come procedono le cose a Roma. Il sole e il cielo come non li avevo mai visti hanno deciso di me, facendomi crescere. Ho navigato sulla rotta della Tuscolana verso mondi sconosciuti e diversissimi: la Pietralata dei carrozzieri e dei corridori di moto. Coccia d’Ovo, che faceva l’autista all’Atac ed è stato licenziato perché lasciava a piedi i passeggeri del trentasei barrato rosso non appena trovava un pezzo di dritto. L’università e la Via dei Volsci della politica dura, con le nottate di senzafiltro e bestemmie, la voce arrocchita dei comunicati a Radio Onda Rossa e Radio Città Futura. Il Centro storico dei Palazzi del Potere con le strade macinate e strillate dei cortei, dormire abbracciata a una donna nella casa occupata di Via del Governo Vecchio. Gli anni del rifugio a Trastevere, i bar, le trattorie, i percorsi archeologici, il cinema d’autore, l’orto botanico e le ville, l’abbandono alla scrittura.

Se nel volgere di pochi anni ho potuto essere comparsa e attrice, poetessa e muratore, teatrante, studentessa, indiana metropolitana, femminista, intellettuale e scrittrice credo di doverlo a questa città. Non so se avrei potuto essere tutte queste cose insieme da un’altra parte.
Perché Roma è Roma.


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di Donald Datti

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