Magazine Giovedì 3 maggio 2001

Ippolita Avalli accusa Tamaro di plagio

Magazine - Susanna Tamaro e Ippolita Avalli il 3 maggio in tribunale. Sembra che Rispondimi, l'ultimo libro della scrittrice triestina, abbia uno sviluppo iniziale simile a La dea dei baci di Ippolita Avalli che l'ha denunciata per plagio. "Invece di dare giudizi superficiali, ognuno prenda i libri in mano, li legga e li confronti. Mi appello solo al giudizio insindacabile dei lettori", così ci ha risposto Ippolita Avalli al telefono questa mattina.
Gli avvocati della Tamaro hanno presentato la perizia di cinque cattedratici dove si afferma che non è possibile parlare di plagio. Niente di deciso per ora. La prossima udienza il 7 giugno.

Se volete conoscere meglio Ippolita Valli, cliccate su www.ippolita-avalli.net

Nel frattempo vi lasciamo in compagnia di "Roma", un bel racconto che ci ha inviato qualche giorno fa, lo trovate due righe più sotto.

Se invece volete sapere quello che pensiamo noi di Rispondimi, leggete Leggi l'articolo .


ROMA

Sono capitata la prima volta a Roma nell’autunno del ‘69. Seguivo un’amica, Ketty, che inseguiva il suo ragazzo, Mino. Mino non era solo il fidanzato di Ketty. Era anche il batterista del nostro gruppo. Aveva tagliato la corda, lasciando Ketty in un mare di rabbia e noi senza batterista. E dove se ne era andato Mino? a Roma. A Roma?! a che fare? l’attore. A noi diciottenni transfughi, insofferenti alle leggi e ai legami, che andavamo e venivamo fra le cantine di Londra, Parigi e Amsterdam, già Milano sembrava un paesotto sprofondato nel cuore di un nebuloso, sfumato sud. Figurarsi Roma! (Cercate di comprendermi, a quel tempo il mondo non era ancora un villaggio globale e la geografia con le sue distanze aveva una sua valida ragion d’essere.)

Non è che proprio ignorassi tutto di Roma, anzi sapevo parecchio sul suo passato antico e sugli autori latini che amavo, Virgilio in testa. Ma pur essendo la capitale d’Italia, in un certo senso Roma per me era finita con il crollo dell’Impero romano d’occidente.

“Mino è andato a Roma?” ho farfugliato mentre Ketty mi guardava con gli occhi di un’erinni, torcendo il fazzoletto fra le mani fino a farsi venire le nocche bianche.

“A Roma” ha sibilato” scuotendo la testa, come se la vera colpa di Mino non fosse quella di aver piantato lei e il gruppo, ma di essere finito laggiù “a Roma, capisci?! bisogna recuperarlo subito”.
Ecco come sono stata arruolata sul campo.
Vista sulla cartina la strada era lunghissima, un serpentone che si snodava lungo lo stomaco dell’italico stivale per fermarsi ad altezza ombelico. Ma noi sapevamo che il viaggio sarebbe stato breve, brevissimo. Oltre ai capelli lunghi portavamo una camicia da uomo stretta in vita da un alto cinturone. Sotto, indossavamo solo le mutande. Era così che giravamo l’Europa e andavamo ad alto volume di giri. Non appena ci vedevano le Porsche e le Lamborghini inchiodavano poco prima dei gabbiotti dei caselli autostradali. (Erano gli anni del boom economico e parecchie Lamborghini sfrecciavano giorno e notte sulla A1).

E mentre calavamo su Roma a duecento all’ora, dal sedile posteriore fissavo il profilo di Ketty. Il suo parlare a scatti. Il modo nervoso e perentorio col quale si portava la sigaretta alle labbra, e spingeva o frenava la conversazione. Ero piena di ammirazione per il suo ardore. Battevamo il tempo su I’ve been loving you too long di Otis Redding ma non riuscivo a togliermi dalla testa Didone. La Didone infuriata di Virgilio che inveisce contro Enea che l’ha abbandonata per Roma, e invoca un aliquis che “face Dardanios ferroque sequare colonos” qualcuno in grado di perseguitare col ferro e col fuoco i dardani coloni -cioè i romani- quindi anche Mino. Proprio come Ketty. Il ricordo dell’invocazione apocalittica di Didone mi gelava il sangue nelle vene -le sponde contrapposte alle sponde, i flutti ai flutti, le armi alle armi, fino alla fine dei giorni, fino alle ultime generazioni -.


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di Donald Datti

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