Magazine Martedì 15 settembre 2009

'Angkor' di Tiziano Terzani

Magazine - "Seminare dei ricordi. Nel mio ruolo di padre non ho fatto altro. Ai figli non ho mai pensato di poter insegnare granché, ma fin dall'inizio della loro presenza in casa ho sentito che, attraverso alcune esperienze indimenticabili, potevo mettere nella loro memoria i semi di una grandezza con la cui misura vorrei che vivessero" - Angkor - Tiziano Terzani - Liaison 2009.

Come regalo di laurea per i due figli Tiziano Terzani decide di condurli con sé ad Angkor, in Cambogia, "uno di quei pochi, straordinari luoghi del mondo dove ci si sente orgogliosi di essere membri della razza umana". Porta quindi Folco e Saskia ad Angkor separatamente, per mostrare loro l'incredibile luce di un impero al tramonto. Dopo la decadenza dell'impero romano, qui, in questo luogo pieno di luce, si potevano ancora toccare con le dita le vestigia e le tracce di un mondo che stava morendo per l'incapacità di poter sopravvivere al futuro. Come vedere una mummia poco prima che si sbricioli all'ossigeno.

Dopo i bombardamenti degli americani sulla Cambogia (1970 - 1973), dopo il genocidio commesso dai khmer rossi di Pol Pot (1975 - 1979) i quali avevano massacrato quasi due milioni di cambogiani, e dopo altri dieci anni di occupazione da parte dei vietnamiti (1979 - 1989), le Nazioni Unite si trovavano impegnate in un'operazione molto delicata. O l'ONU riusciva a riportare la pace in Cambogia, oppure la guerra avrebbe finito per diventare una seconda pelle per tutti i cambogiani.

In ogni caso, per Angkor - dice Terzani - sarà una specie di disastro. La pace significherà la corsa più esasperata allo sfruttamento turistico, mentre la guerra si tradurrà in una sorta di isolamento che la esaurirà. Ecco perché Terzani coglie una sorta di visione a cui non vuole rinunciare. Né farla perdere ai propri figli a cui decide di regalare un prezioso da ricordare quando il buio coprirà tutte le cose. Da soli guardano il sole sorgere da dietro la torre centrale di Angkor Wat, visitano il tempio di Ta Prom, quello lasciato mangiare dalla giungla, e poi percorrono venti chilometri di strada sterrata per giungere a Banteay Serei, il tempio più bello e luminoso per la sua minuziosità. Terzani scrive poi otto cartelle in cui condensa questa visione condivisa con i propri figli. Lo fa nel 1993 per Alisei, Touring Periodici, per poi essere ripreso nel 2008 da Longanesi nella raccolta Fantasmi. Dispacci dalla Cambogia (Milano), ed oggi da un editore coraggioso e sensibile come Liaison di Courmayeur.

Sono otto cartelle in cui Terzani dice quale sia la propria concezione del giornalismo e della vita. In maniera secca, da tedesco quale era dovuto abituarsi ad essere quando scriveva. La frase doveva essere breve, asciutta, piccante, così ci ricorda la moglie Angela Terzani Staude nell'introduzione a Fantasmi. Questo perché Terzani era l'inviato in oriente, a soli trentatre anni, di Der Spiegel, per cui doveva scrivere reportage basati su fatti e dati molto precisi. Alla tedesca, appunto. Da lì Terzani, da quella sorta di scuola di parole che dovevano essere usate con economia, eredita la capacità di scrivere in una maniera praticamente unica. La semplicità lo contraddistingue, ma il suo stile è fatto di concetti pensanti, di immagini attente che sembrano uscire dalla tavolozza di un pittore. Terzani ci ritorna dieci volte, su di un incipit, e fa sanguinare la pagina fino a quando non è convinto. Sposa una sorta di sofferenza etica per scrivere soltanto quello che pensa possa servire a cambiare il mondo. Scrive cercando di cogliere una certa verità dietro i fatti. Matura una concezione profondamente etica della parola, anche perché crede che una frase possa cambiare le cose e perforare una corazza di metallo. Crede che le cose dette dieci volte abbiano il potere di mutare la realtà.

In questo, Terzani è un vero rivoluzionario della parola. Crede fermamente in quello che il giornalismo può esprimere. In Angkor, però, e siamo nel 1993, è come se Terzani ci avesse già detto che quel tipo particolare di giornalismo in cui aveva creduto in realtà fosse fallito. Ci dice che l'uomo non cambia mai, e che l'ingiustizia continua a fare vittime. In Angkor precorre sé stesso, ed anticipa quella visione di un livello diverso di cui ci parla in Un altro giro di giostra (2004). Il più grande libro dedicato al cancro e alla nostra mortalità, al fatto che l'uomo non accetta di condividere il cammino terreno con sorella morte. "Col passare degli anni ho continuato a seguire le vicende della Cambogia, finché questo paese è diventato per me la scoraggiante riprova di come al mondo non c'è giustizia, di come l'umanità ha perso la capacità morale di indignarsi e di come la vita finisce sempre sì per trionfare sulla morte, ma lo fa nel più primitivo e crudele dei modi".

Una visione apocalittica, bastarda, ma vera. Quanto di più vicino alla realtà un uomo di così grande esperienza possa dire. Così come la sua definizione della vita, mutuata da un epigrafe cucita con lo scalpello su di un'architrave di un tempio di Angkor: "Il saggio sa che la vita non è che una fiammella scossa da un vento violento".

Terzani era un uomo senza difese. Nel senso che non voleva protezioni verso l'esterno. Complice la visione orientale della vita, quella senza paura e fluida che soltanto le arti marziali orientali insegnano, era un uomo che si apriva all'esterno senza bende sugli occhi e senza timore di scrivere la sua versione dei fatti. La sua visione della vita era pulita, infatti, e piena di luce. Per questo motivo aveva la forza sovrumana di considerare le disgrazie come una manna dal cielo. Anche in tale aspetto la sua era una concezione profondamente etica del giornalismo. Quando scoprì di avere un cancro, capì di essersi imbattuto in un modo per giungere ad un altro livello. Il cancro gli diede la possibilità di rifiutare tutto ciò che la vita aveva di superfluo. Gli inviti in ambasciata, le conferenze stampa, i vernissage, tutto poteva rifiutare in virtù del cancro. E dedicarsi alla vita. Si ritira in Orsigna, una vallata verde come quella dell'Eden, e si lascia spegnere non prima di avere narrato la propria vita al figlio Folco ne La fine è il mio inizio (2006 postumo). La cosa buffa è che Terzani muore come un corrispondente di pace, lui che aveva passato la propria vita a scrivere di guerra.

Angkor resta una sorta di diario testamentario di Terzani. Otto cartelle di parole pesanti come le pietre dei templi, e dove la vegetazione della giungla non è riuscita a soffocare un potente anelito di vita. Sandra Petrignani - che ne cura la postfazione - dice giustamente che in un libro sottile come questo dorme una lezione di un Maestro. La bellezza di Angkor - poco prima di sparire - resta uno di quei momenti irripetibili nella vita di un uomo in cui la capacità di prevedere il declino assomiglia ad una visione profetica. Oggi Angkor non esiste più. È stata cannibalizzata da un turismo cieco, senza freni inibitori. I figli di Terzani hanno però dentro i loro occhi alcune immagini che devono avere impressionato le loro retine. Templi al tramonto, un silenzio millenario, passaggi dove la vita resta a terra. E dove le difese non ci sono. Esiste un mondo dove non ci si deve difendere, e dove gli uomini non valgono per il denaro ma per quanta armonia possono portare dentro di sé? Forse, Angkor, è stata una delle occasioni di vita più intensa per Terzani, ed una sua grazia miracolosa quella di poterne fiutare la morte prossima. D'altro canto lo diceva già in Un indovino mi disse (1995): Una buona occasione nella vita si presenta sempre. Il problema è saperla riconoscere e a volte non è facile.

Terzani diceva che l'unico modo per iniziare bene una giornata e concluderla, era una grande risata. Forse quel livello superiore che il cancro gli aveva permesso di conoscere non era poi così sbagliato. Mi sa che avesse ragione.

di Alberto Pezzini

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