Drive: scuola di guida e d'amore - Magazine

Teatro Magazine Teatro Duse Giovedì 3 maggio 2001

Drive: scuola di guida e d'amore

Magazine - Fino al 7 maggio al teatro Duse

di Paula Vogel
traduzione Anna Parnanzini
rielaborazione drammaturgia Valter Malosti
interpreti Gianpiero Bianchi, Michela Cescon
collaboratore per i movimenti Tommaso Massimo Rotella
scene e immagini Giancarlo Savino
luci Gillian McBride
costumi Helga Williams
produzione Teatro di Dioniso

Drive è un lavoro che disturba e disarma. Preoccupa e scandalizza. Affascina e inquieta.
È un testo che coinvolge in un turbinio temporale, inarrestabile: il flusso di coscienza di una ragazzina del Maryland. Il flashback letto a casaccio da un diario personale sfogliato in fretta, da chi la storia la conosce, anche troppo bene.
Il racconto confuso nel tempo ma estremamente chiaro nel messaggio, procede per bocca e corpo della protagonista-narratrice Perlina, che senza ordine apparente percorre i tabù che fanno di una ragazzina del Maryland, una donna americana di 35 anni.
La trama è quella della strana relazione amorosa tra una nipotina, Perlina, e suo zio - detto Verga, soprannome chiaramente riferito al suo accentuato istinto sessuale – nata dallo slancio amorevole di Perlina verso l’alcolismo incombente sullo zio, e poi degenerata per ingenuità e trasporto infantile.

In questa versione italiana del testo americano (How I learned to write di Paula Vogel) vincitore del Pulitzer nel 1997, i personaggi sono ridotti ai soli protagonisti della relazione, con brevi interventi della zia, moglie di zio Verga nonché legame di sangue per Perlina.

La Perlina di Michela Cescon è all’inizio estremamente marionettistica sia per espressione facciale che per mimica corporea. Forti le sue occhiate, stralunate le sue bocche su un corpo agitato e in continuo movimento, che ad un tratto improvvisa una danza sull’episodio “Guida pratica materna all’uso dell’alcool” (supportato dalla coreografia di Tommaso Massimo Rotella). Mano a mano che lei stessa ci conduce attraverso i momenti salienti della sua storia amorosa, nonché iniziazione sessuale, le sue espressioni esagerate diventano esplicita eredità di stagioni verdi interrotte da avances libidinose, dunque ritratto animato di una storia convulsa.
Molto misurato lo zio di Gianpiero Bianchi, che ben si destreggia all’interno di un personaggio difficile, ammicante e tragicamente squallido che fa di Bob - il nipotino del sud - il suo amante occasionale come poi sarà per Perlina. Molto bravo anche nel monologo della zia, al corrente di tutto e preoccupata solo per la sua relazione con il marito.
La scena arredata da pompe e latte di benzina è e rimane l’ambiente in cui allo zio piace educare Perlina alle sue passioni: sesso e automobili, antico cliché maschile, qui utilizzato con misura.
Sembrerebbe – leggendo il commento del Boston Globe contenuto sul pieghevole dello spettacolo – che il finale di questa versione sia stato radicalmente modificato, perché là dove il giornale americano vede un finale positivo di una donna che “può imparare a convivere con le ferite del tempo, piuttosto che rimanerne sconfitta”, il “buio” invocato dalla Cescon nell’ultimissima battuta, allude ad una conclusione decisamente tragica e di certo non consolatoria.
Bello, anche se ci aspettavamo di più. Da riconoscere: l'intelligente leggerezza dei toni su una tematica così spinosa, l'abilità degli interpreti in panni così ambigui e a tratti folli, generosa la regia che coordina con eleganza tutte le parti sceniche senza interferire. Poco comprensibili - quasi opera nell'opera, dunque invadenti - le tele che occupano la scena senza amalgamarsi con i suoi occupanti o con gli altri elementi: quasi sovrascrittura.

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