Magazine Mercoledì 2 maggio 2001

L'Odio (parte IX)

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Insomma non voleva essere raggiunto da nessuno. Sarebbe stato lui a raggiungere gli altri, quando e come voleva, al momento più opportuno e con la violenza del caso.

Un po’ come l’aeroplanino di Marta, Marta che come nella canzone di Ruggeri parla con Dio, o meglio, avrebbe parlato con Dio se avesse creduto nella sua esistenza.

A volte le era passato per la testa quanto bello sarebbe stato credere, ma in fondo Dio non era mai apparso al telegiornale e quindi non era catalogabile. In pratica, se mai Dio esiste, per Marta era solo un nome vuoto.

Senza peso. Come un aeroplanino di carta bianca, come l’anima di Marta sul balcone, come un canto gitano e nomade, un vento basso e bollente sul deserto di dune uguali. Un vento che chiuda le palpebre di Marta e le faccia vincere l’insonnia, scordare il poco di Ernesto che Ernesto non era riuscito a non darle, a tenerle nascosto; scordare il poco di Antonio che Antonio non riusciva a farle ricordare.

Un vento che ti dica di far finta di niente e di sforzarti di essere uomo o donna sul serio, una volta per tutte, senza scuse, senza accettare il disprezzo e la violenza di se stessi e degli altri credendola giusta, o la paura di non essere nessuno, oppure solamente un riflesso di luce attraverso vetri cotti sodomizzati da soli estivi. Un vento che scuota il cervello come una balla di fieno in un campo.

E se Dio, se Dio, se Dio c’è, imparare una buona volta a soffrire in silenzio.

E dalla sofferenza rubare ai giorni una faccia pulita, senza rimorso e complessi, rimpianto e inibizioni.

Costruirsi coi mattoncini Lego delle nostre ambizioni. Passioni.

Infine, quello era un vento che Marta non avrebbe mai respirato, sul suo terrazzo, sotto il suo cielo mai suo, sotto l’estate sua e mai usata.


E Poi L’importante È Quello Che Le Persone Hanno Dentro.

Esanime, riverso in una banalissima pozza di sangue denso, moriva con stile libero il controllore dell’autobus 20 barrato.

Aveva chiesto il biglietto a Marco e Marco era salito sul mezzo pubblico volontariamente sprovvisto di biglietto.

Il controllore lo aveva guardato con un ghigno che solo chi non fa l’amore da molto può sfoderare, una manciata di denti tutta «sono cinquantamila lire di multa» e così luminosi da richiamare anche i passeggeri distratti con la testa appoggiata ai vetri appannati sul volto del portoghese.

Il quale, secondo buona norma, avrebbe dovuto arrossire e pagare.

Invece Marco pagò ma non arrossì. Solo aspettò il controllore del 20-barrato sotto casa, gli chiese indietro le cinquantamila lire minacciandolo con la sua pistola, poi lo freddò gridando «Bastardo tu e le multe!». Due, tre colpi. Al ventre, finché il controllore non cadde su se stesso, goffo burattino inciampato ed esanime, a terra, carponi, forse pensando che se Marta fosse stata più dolce, magari non sarebbe morto con tutta quella voglia di fare l’amore. Due, tre colpi. Poi morì e Marco posò la rivoltella vicino al corpo del cadavere e aspettò l’arrivo della polizia con in bella mostra il Tesserino e, nella mano destra, il Porto d’armi, mentre sangue scuro e caldo scivolava a lavare l’asfalto. Un bel sangue, nobile cromatismo e vita che fugge.

In fondo, in fondo, pensava Marco, l’importante è quello che le persone hanno dentro.

di Donald Datti

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