Magazine Mercoledì 2 maggio 2001

L'Odio (parte VIII)

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Se poi lei non si stupiva di cosa accadeva di nuovo, o di vecchio, nel mondo, se pure lei godeva o meno, la cosa non era rilevante; l’importante era annotarlo. Non si sa mai.

Antonio poteva aspettare tutta la sera e poi andarsene via mugugnando, ma tanto non ci poteva fare niente; anche quando aveva provato a parlarle, Marta era sembrata del tutto indifferente a quello che le veniva detto.

A volte Antonio aveva pensato di videoregistrare un messaggio, così magari Marta lo avrebbe ascoltato, o forse avrebbe preso semplicemente atto dello sfogo e lo avrebbe numerato con un bollino adesivo, un numero, una videocassetta appoggiata su di uno scaffale, fra Ghostbusters e Schindler’s List.

In effetti, a lui interessava solo intuire Marta, piovendole dentro, ogni tanto, il suo rancore rotondo e definito come il volante dell’autobus che guidava tutto il giorno, tutti i giorni.

Solo qualche volta aveva pensato di finire sul giornale o in tivù, di fare qualcosa di spettacolare o di talmente assurdo da renderlo degno di nota, o di una pioggia di ridicolo.

Come sterzare bruscamente mentre controllava i biglietti dei passeggeri sul 20-barrato, mettere mano al volante del collega alla guida, invadere un altra corsia e poi scivolare su borse finte-Louis-Vuitton, lungo una pensilina infestata di pensionati.

Ad Antonio bastava sfregarsi un poco con Marta, ma almeno avrebbe voluto immaginare che Marta fosse presente al loro incontro di carne (poca) e sudore.

Anche quando Ernesto le aveva detto che non l’avrebbe più voluta vedere, lei aveva appuntato qualcosa su un taccuino, poi, riempite le sue borse con le poche cose che aveva a casa dell’uomo, si era limitata a piangere sul pianerottolo, ma solo qualche lacrima in cui Ernesto potesse ritrovare un fantasma dell’impasto bagnato del viso di lei, la prima volta che si erano visti.

Magari perché in tivu succede così, quasi sempre. Ad Antonio sarebbe piaciuto parlare con lei, ma Marta era un muro di gomma, l’unico muro di gomma spigoloso e puntuto che si mai stato immaginato. Quando la teoria bestiale di telegiornali terminava ed Antonio non c’era, Marta se ne restava qualche minuto sul suo terrazzo fumando e gettando cenere che presto raffreddava, leggera e muta, piccola brace umiliata, oppure piegava aeroplanini di carta che morivano brevemente in strada, più raramente avevano strane erezioni e si impennavano, attuavano ripensamenti con paraboliche inversioni di marcia e sparivano dietro al cornicione, sulla destra.

E Marta immaginava che avevano preso il volo per sempre e che non sarebbero atterrati mai. Mattia non si accorse quasi del fazzoletto di carta che gli ondeggiava alle spalle, beffeggiandolo, finché quasi quello non lo sfiorò, per andarsi a sfracellare in un oleandro in fiore di un giardinetto pubblico.

Mattia si fermò, come se si fosse sentito chiamare ma quando si voltò l’aeroplanino era già una notizia di strage fra le righe di un giornale letto da Marta. E poi tutto si riassunse nel suono dei motori di un DC-9 violento nel cielo azzurro e sordomuto.

Stava ragionando di sé e di suo fratello e della lotteria e del frastuono di ambulanze dirette verso Porta Bandiera, Mattia.

Non aveva più visto Marco da due giorni, né quello si era fatto sentire al telefono. Al suo ufficio risultava che si era preso quindici giorni di ferie arretrate. Aveva persino lasciato il suo cellulare sul comodino accanto al suo letto, a casa.


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di Donald Datti

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