Magazine Mercoledì 2 maggio 2001

L'Odio (parte VII)

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In Fondo Marta Non Era Così Brutta.

Marta aveva la capacità di usare i quotidiani come un bravo conduttore di Rassegne Stampa sa fare.

Sceglieva, scorreva, pronta a cerchiare anche tre o quattro colonne con un ovale rapido d’inchiostro. Catalogava, sottolineava, magari solo un «catenaccio» schiacciato sotto i titoli di testa.

Poi teneva le pagine finché non diventavano quasi polvere ed ogni tanto gli faceva prendere aria, magari quando qualche nuovo articolo catturato dalla vorace sua attualitomania le ricordava un paragrafo, qualche riga a casaccio persa in una edizione della sera di qualche mese, o anno, prima.

L’ordine della casa di Marta era il riflesso della sua faccia, come sempre accade dove tale ordine non sia inquinato dalla presenza di un coinquilino con il relativo carico di manie abitudini concezioni d’arredamento libri vestiti e robette varie e bisogno di un po’ di spazio tutto per sé e questo divano così non mi piace proprio.

Aveva zigomi alti che lasciavano nel mezzo tutto lo spazio per un naso appena accennato ed una bocca grande a sufficienza per non morire di fame. Gli occhi erano al di fuori di tutto, là in alto, nascosti dagli occhiali, un pretesto per non andare a tentoni, una scusa per intravedere un mondo che né amava, né odiava, semplicemente classificava. Elencava.

Uguale appariva il suo salotto, con un piccolo tappeto al centro e tutto intorno un girotondo di parquet, col divano vecchio, la libreria e il tavolo tutti con le spalle al muro, incollati alle pareti. Ed in quello spazio che li separava da Marta, di sera, sotto il lampadario, fogli grigiastri di decine e decine di quotidiani. Vicino ai piedi di Marta, poi, caldo e rassicurante, unica creatura che poteva perdersi nella negazione palese dell’horror vacui di quel salotto, non ansimava un cucciolo col pelo sugli occhi, ma un lucido trentatré pollici, un monolito luminoso osservato e ascoltato come un profeta, un televisore con due palle così. E la serie alternata di telegiornali, come una Moscacieca fra bambini grandi ed insanguinati, Hezbollah o code sulle autostrade, treni persi su binari di carta o seni Siliconvalleyati. Non aveva avuto torto Ernesto, quando aveva scorto un’ombra di bellezza nel munchiano urlo muto del volto di Marta.

Era la sua apparente serenità, la sua normale quiete da cronista, domestica Grüber. Lilli Grüber.

Così non era sembrata più scossa della tappezzeria sbiadita sui muri, alla notizia dell’ennesimo attentato su un autobus di Gerusalemme, né turbata dalle scarpe con tanto di piedi volate dapprima dalla parte opposta della strada e poi, grazie all’onnipresente CNN, di satellite in satellite, di ripetitore in ripetitore, fino ai suoi occhi di robot.

Restava semplicemente ferma ad ascoltare, con un paio di forbici nella mano destra ed il telecomando nella sinistra.

Antonio poteva aspettare anche tutta la sera, in fondo si accontentava di intravedere Marta una o due volte alla settimana, di scontrarne le ossa appuntite, frenando sulla pelle ruvida, trovando spigoloso quasi anche il nido arruffato che lei aveva fra le gambe.

Anche quando faceva l’amore Marta sembrava in ascolto, come di una nuova notizia, una bomba che, apparentemente, come sempre, non l’avrebbe scossa, fatta rabbrividire.

Anche quando faceva l’amore sembrava aspettare che Antonio venisse, per catalogare il suo breve singulto, il suo rimbalzo di piacere; per ritagliare un orgasmo come un trafiletto e via, in qualche credenza remota del suo cervello.


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di Donald Datti

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