Magazine Martedì 28 luglio 2009

'In volo senza confini' di Laura Mancuso

Magazine - Durante una conferenza agli allievi dell'Istituto aeronautico, il giorno prima di incontrare la sua morte, Angelo D'Arrigo diceva: «Il volo è poesia. Dall'alto il mondo è diverso». Il 26 marzo del 2006, il giorno dopo, scompariva in cielo. In un cielo siciliano, a bordo di un piccolo velivolo da turismo. Lascia la moglie ed i figli. Laura Mancuso scrive così il libro che non avrebbe mai e poi mai voluto scrivere, In volo senza confini (Corbaccio 2009 - pagg. 179, 16,60 Eu).

È il libro di un dolore come può dare la morte per cui non si è mai pronti. Mai. È una maledizione la morte, ma anche un punto fisso della vita. Una svolta dove tutti siamo portati come biglie d'acciaio dentro una spirale attrattiva.
Solo che la terra, a quanto pare, era troppo pesante per Angelo, l'uomo uccello. Nato a Catania nel 1961, si laurea a Parigi in Scienze Motorie. Maestro di sci e Guida Alpina, furioso amante della montagna, è definito in Francia Le funambule de l'extreme per il suo modo personalissimo d'interpretare l'estremo nello sport. Nel volo trova però quella che i letterati chiamano una capacità di ubicazione. Nel volo vive e respira. Come un uccello.

Vola per la prima volta sull'Etna in piena eruzione per Antenne 2. Ne nasce un documentario di fuoco e vibrazioni che dal video si trasportano come lava agli occhi degli spettatori. D'Arrigo non era un atleta comune, anche se estremo. Sapeva sentire l'aria, la corrente, il movimento che in cielo soltanto un senso invisibile riesce a percepire. Era un uomo ritagliato tutto sul suo istinto volatile. Come l'uomo che pensa di Rodin, D'Arrigo ascoltava linee invisibili tracciate dentro l'atmosfera e di cui percepiva le onde dentro di sé.
Conquista due titoli mondiali, infrange primati su primati, e poi si ritira dalle gare per dedicarsi al volo in maniera assoluta. Vuole sentire quelle ali che si sente addosso. E' un impulso di purezza tremenda.

«A un certo punto mi sembrava di stagnare. Una sensazione che non mi piaceva. Questo mi ha fatto cercare il vero senso, l'istinto del volo». Non a caso vengono le cose, e le persone. E gli animali. Sulle Alpi Angelo incontra un'aquila. Quasi fosse l'incarnazione di uno spirito di cui sentiva sete. Nike si chiamerà l'aquila che crescerà da pulcino. La dea alata. Non si capisce se sia l'aquila ad adottare Angelo ed a fargli toccare quella dimensione che lo porterà a vivere in aria le sue più grandi emozioni. Amore a parte. Con l'aquila Angelo crea un progetto scientifico ardito ed avventuroso, Metamorphosis. Studia i grandi rapaci, le aquile, le poiane, e dalle gru prende l'armonia e la grazia. Insieme a loro trasvola i mari, i deserti e le montagne. Il 24 maggio 2004 è il primo uomo a sorvolare l'Everest.

Con il Russian Research Institute for Nature and Protection di Mosca realizza un esperimento leonardesco, puntato verso il cielo: guida uno stormo di gru siberiane, a rischio di estinzione, per cinquemilatrecento chilometri. Diventa l'uomo che insegna a volare agli uccelli in via di estinzione. Diventa uccello. È uomo ma possiede una natura migratoria, ed un'anima angelicata. Quell'istinto finissimo lo porta ad avere un'intuizione geniale, scintillante come il sole. Studia con passione il Codice di Madrid di Leonardo da Vinci e riesce a realizzare una piuma leggera come l'aria, non in legno e cuoio, ma utilizzando materiali del terzo millennio. Dimostra così l'esattezza delle intuizioni leonardesche. Nasce così una sorta di fusione animistica tra Leonardo Da Vinci ed Angelo D'Arrigo che si ritrovano uniti nel tempo da un'intuizione capace di far vibrare le stesse corde. Quelle di Icaro. Questa la storia in pillole di chi fosse Angelo D'Arrigo per gli altri. Quello ufficiale, quello solenne.
Poi c'è quello più interiore, quello più fragile, quello dove l'uomo si addolora perché sa già che un giorno gli uccelli lo vorranno con loro. E non può dirlo a nessuno.

Il libro scritto da Laura Mancuso, moglie, è il resoconto senza fermarsi un momento di tutte queste tappe consumate nella vita di Angelo e nella sua. Sempre a manetta, sempre cercando ed inseguendo una traiettoria più alta. Senza riposo. Come diceva Angelo, «Per riposarsi c'è sempre tempo». Quando Angelo muore, non lascia soltanto esseri umani a piangerlo. Lascia anche Inca e Maya. Due condor. Laura subito non sa cosa fare. È affranta dal dolore. Sfinita dal ricordo che di notte si sveglia e la scuote fino a farle male. Solo che, se li abbandona, tutta l'opera di Angelo andrebbe perduta. Chiama Danilo Mainardi, etologo di fama che oggi ha scritto non a caso come sua ultima opera L'intelligenza degli animali (Cairo 2009).

Si organizza. La vita ricomincia a premere. Anche se i ritorni in mezzo a ciò che è stato una persona precisa è come entrare dentro una valle di lacrime senza armatura e senza corazza. «La lettura dei suoi scritti, la visione dei filmati è un continuo dolore, è una lacerazione sistematica di quel poco di equilibrio che cerco di ritrovare. Ma non posso cedere». Quei due condor peruviani hanno il diritto sacrosanto di ritornare al loro paese di origine. Solo che la burocrazia farà sanguinare anch'essa la volontà di Laura. Che alla fine ci riesce. Corona, per quei due condor violacei, del colore del mare come avrebbe detto Sciascia, il sogno reintroduttivo di Angelo. Questi ha perseguito il disegno di aiutare le specie migratorie a tornare dalle zone di nidificazione a quelle di svernamento. Gli ha fatto da mamma, perché se non lo avessero avuto come Mamma alata, sarebbero scomparse. Come cirri in cielo.

Questo libro, scritto ricorrendo ad una lingua asciutta, dove sembra che tutte le lacrime siano state consumate ma il miele no, va spiegato. È un modo per ricordare un marito unico, ineguagliabile. Un uomo che sembrava anche nel fisico asciutto ed essenziale ricordare i rapaci. È un tentativo cercato con la scrittura di esorcizzare la paura del vuoto interiore. Ma è anche una sorta di disegno di ciò che D'Arrigo ha rappresentato. Il confronto con Icaro è di rigore ma è troppo iconografico e sa di freddo. Non rende bene. Ciò che va a pennello a D'Arrigo è quanto scriveva Primo Levi in Angelica Farfalla (Storie naturali, Einaudi 1979), e cioè che «insomma, gli angeli non sono una invenzione fantastica, né esseri soprannaturali, né un sogno poetico, ma sono il nostro futuro, ciò che diventeremo, ciò che potremmo diventare se vivessimo abbastanza a lungo, o se ci sottoponessimo alle sue manipolazioni». È una sorta di metempsicosi fisica se si vuole. D'Arrigo era un angelo ed è morto prima che questa sua mutazione potesse diventare definitiva. Non è mai stato uomo se non nella misura in cui gli angeli lo avevano prestato. È stato un uomo senza. Senza ali perché non si vedevano ma che c'erano ed hanno avuto la capacità di segnare in modo deterministico la sua esistenza.

Il più bel libro sul volo che sia mai stato scritto è Il gabbiano Jonathan Livingston di Richard Bach. Sicuramente lo conosceva. Il succo del libro è che più alto vola il gabbiano, e più vede lontano. Piace pensare che quando Angelo sia morto, lo sapesse. Sapesse - in quei due secondi esatti in cui non si sa cosa abbia fatto il pilota che lo accompagnava - di stare per volare più in alto ancora. Con quella consapevolezza immediata sarà scomparso nella notte, sia pure portandosi dietro un grumo di oscuro dolore per i figli e la moglie che aveva amato così tanto.

Laura Mancuso, splendida pittrice di un dolore tutto interiore, ci dice che Angelo l'ha lasciata a vivere una vita per due. «In te non vedo il passato , ma il futuro che sgorga dalla tua vita». Oggi è nata una Fondazione Angelo D'Arrigo che è diventata «un'anima vibrante». Un ente di beneficenza nato per testimoniare quello che il volo aveva significato per chi gli ha dedicato una vita. È strano. Nel 1505 Leonardo Da Vinci scriveva un importante lavoro pratico scientifico, il Codice sul volo degli uccelli. Dice Kenneth Clark, nella biografia dedicata all'artista (Oscar Mondatori, 1983, pag.148), che Leonardo «fu indotto a supporre, al pari di tutti i primi ricercatori sul volo, che l'uomo potesse emulare gli abitatori del cielo...recenti studiosi di tecnica aeronautica hanno accordato crescente attenzione al volo degli uccelli...Non c'è alcun dubbio che i nervi dell'occhio e del cervello di Leonardo, al pari di quelli di certi famosi atleti, furono davvero superiori alla norma».

È curioso pensare che quell'occhio, con quei nervi sopraffini e superiori, sia transitato da Leonardo ad un atleta mentale come è stato Angelo D'Arrigo. E che, insieme, abbiano trovato il modo di stare insieme. In cielo.

di Alberto Pezzini

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