Magazine Sabato 25 luglio 2009

Patrick Berhault: il mago della montagna che non sapeva dire di no

Magazine - Nel 1979 la rivista francese Alpinisme et Randonnèe usciva con un titolo ad effetto: È nata una stella. Nell'estate del 1979 Patrick Berhault, alpinista dal sorriso un poco storto ma pieno di luce, realizza alcune delle più importanti scalate al mondo. Già nello stile Berhault, ossia con qualche chiodo in tasca, scarpette ai piedi (le mitiche EB, dalle iniziali di Ellis Brigham, a capo dell'omonima azienda di Manchester specializzata in fabbricazione di materiale sportivo), e tanta cioccolata in saccoccia.
Michele Bricola - anima del Mercantour, scultore del legno ed amico profondo di Berhault - insieme allo scrittore Dominique Potard, così raccontano in 205 pagine vibranti come cicale proprio Berhault - I Licheni Vivalda, 2009, euro 18,00.

In quell'estate Patrick compie delle solitarie di gran lunga fuori da ogni ottica e limiti "normali":il Super Couloir al Mont Blanc de Tacul, salita in tre ore e trenta minuti, classificata dalla guida Vallot, la bibbia del Monte Bianco, come una delle vie più severe e difficili della catena omonima; la Parete Nord delle Droites, ultimo fra i grandi problemi delle Alpi, è una bastionata di mille metri di misto. Salita in cinque ore e trenta minuti. Il Couloir Nord - est dei Drus, un itinerario di settecento metri in cui la tensione è massima per ogni singolo centimetro: salita in sei ore e trenta minuti il 23 luglio del 1979.
E ancora. Parete ovest dei Drus, Diretta Americana: via leggendaria, aperta in tre giorni da Gary Hemming (il beatnik delle Alpi) e da Royal Robbins. La guida Vallot parla di una "scalata fantastica", classificata ED, per la quale indica da tredici a diciannove ore di ascensione. Patrick la "brucia" in cinque ore, completamente in libera. Per la prima volta in assoluto. Nasce una stella che danza sul granito come una fata. Leggerissimo, senza zaino, veloce come un mago. È già in quest'anno che Patrick crea in modo organico la climbing clean, l'arrampicata pulita al massimo livello. Sembra un uomo fuori dalle regole, anche se per lui quei tempi supersonici sembrano normali. "Sono partito in EB e maglietta. Se si arrampica senza corda e senza assicurarsi, quegli orari non sono poi così eccezionali. A pensarci bene, sono normali", così dice lui. E questo pensiero lo sviluppa senza arroganza, con coerenza rispetto all'ambiente dentro cui si colloca ogni volta che va ad arrampicare. In una sorta di panteismo alpinistico che sente vibrare dentro di sé. In piena libertà anche perché - secondo lui - in montagna ognuno ci va come vuole.

È il momento della crescita della sua fama e quindi Berhault ha bisogno, ha sete di una parete himalayana. Per i francesi è l'Annapurna, ma Patrick sceglie quella dei tedeschi, quella più romantica che si chiama Nanga Parbat. Questa montagna è associata ad un alpinista che Berhault amava perché possedeva dentro di sé lo stesso germe maledetto della irrequietezza: Hermann Buhl. Sceglie una spedizione e si allena come un pazzo, consumando migliaia di metri di denivel al giorno. Non calcola però la severità dell'ambiente himalayano, ed i suoi rigori estremi, le sue resistenze fatte di edemi polmonari che fioriscono come fiori in bocca ed altri problemi legati all'altitudine estrema. Sta male in quota, infatti, e si deve ritirare pressoché stremato da un blocco ai reni che non lascia passare più niente.

Se ne torna in falesia, a Nizza, al sole, l'unico posto dove ama tornare per ritrovare la quiete e l'equilibrio. Qui Patrick ha la madre, con la quale ha un rapporto simbiotico, e nel mare ritrova sempre un punto di riferimento. Alla Turbie si lega ad una parete posta sotto il Tetto di Augusto dove arrampica in continuazione, con una voracità di vita quasi inquietante. Raddoppia gli allenamenti. E comincia a diventare l'antidivo per eccellenza. Dopo il successo di un film che consacrò Patrick Edlinger, suo amico amato ed odiato, La vie au bout des doigts (1982), Berhault aumenta il proprio intimismo e la propria incapacità di dire di no. È un idolo di carne che non sa mai negare la propria disponibilità verso chiunque. È un uomo che nasconde la propria intima fragilità dentro un guanto di estrema gentilezza. Eccessiva però, perché lo soffocherà. Berhault comincia a creare delle opere d'arte, concatenamenti prodigiosi ed artistici. La sua sensibilità fantastica lo porta ad ideare percorsi per soli maghi. Sale il Pilastro del Freney come fosse un'inezia: nel suo libro di culto, Il Monte Bianco. Le 100 più belle ascensioni, Gaston Rebuffat classifica le vie per ordine di difficoltà da uno a cento: il Pilastro è la centesima e Patrick la sale dopo il Monte Bianco.

L'impresa per cui Berhault viene ricordato di più è la traversata di tutte le Alpi. Poi, di ottantadue cime che hanno in comune l'altezza: quattromila metri. Un arcipelago sopra le nuvole. Da una cima svizzera, nella primavera del 2004, la stella di Patrick compirà l'ultima salita, in un giorno in cui era stanco, quasi nauseato di montagna, un poco ebbro. Scomparirà in modo improvviso, proprio come una stella.

Certi hanno elaborato una teoria precisa sulla morte di Berhault. Hanno detto che quella morte, e quello sfinimento atletico e mentale consistito nel dover inanellare ottantadue quattromila dopo la traversata delle Alpi, sia stato determinato dalle pressioni mediatiche troppo forti. A cui l'antidivo non era abituato. Beatrice Cardinale, psicoanalista e scultrice in legno, chiude il libro cavalcando sulle montagne di un cuore solitario, dice infine:"Patrick misurava i rischi quando partiva per la montagna. Ha misurato i rischi che correva avvicinandosi troppo alla luce dei media?".

di Alberto Pezzini

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