Magazine Venerdì 27 aprile 2001

Così ho continuato a lavorare

Così ho continuato a lavorare, con la benedizione di mio padre. Lo so che capiva, ne era anche un po’ fiero. Mi manca tanto, adesso.

Allora Goody, com’è andata con quel trombone torinese? È riuscito nel suo affare? L’hai messo nella condizione ideale? Perché l’ho capito il tuo segreto, sai? Tu metti la gente nella condizione giusta. E poi fanno da soli.

Far brillare le persone come le stelle. Aveva capito.

A volte le atmosfere sono leggere, scivolano come la sottoveste di una donna. Sono fruscianti e felpate e la mia funzione diventa man mano superflua. Vivono da sole, sono in armonia con gli ambienti e con la luce delle giornate.
Sono quelle che preferisco. Altre sono grevi e pesanti, pronte per abbandoni plateali, dialoghi furiosi e psicodrammi.

Una stanza d’albergo confortevole come una reggia, musica giusta, e poi un cameriere vestito da Pierrot che porta un fascio di rose blu e un anello, che ne dice signor Goody?
Da Pierrot? No, non mi sembra una grande idea. È’ retorico, scontato. E anche la stanza d’albergo, mi scusi ma ne ho create decine di atmosfere così. Meglio una nave, una grande nave da crociera, e le rose insieme all’anello che scendono da una mongolfiera. Lasci fare a me.


Tutti i clienti mi hanno lasciato fare e non se ne sono mai pentiti.
Io sono un esperto. Passo giornate ad ascoltare
Cesco che mi racconta, come si muove la gente, come parla, cosa ordina al caffè, come si vestono le ragazze alla moda.
Devo essere aggiornato sui desideri, sulle tendenze.
Cesco beve lentamente il cappuccino e racconta. Non si è mai soli quando si hanno delle belle storie da raccontare e Cesco in questo è un maestro. Infatti è pieno di amici, di conoscenti e anche di sconosciuti che gli chiedono di raccontare qualcosa, qualsiasi cosa. Una delle tante avventure che ha vissuto o una delle storie incredibili di cui è stato spettatore. Perché ha visto di tutto, davvero di tutto, dovete credermi.
“È la mia corte di ascoltatori abusivi”, mi dice spesso sorridendo e indicando un gruppetto.

È un vero affabulatore, riesce anche a tenermi sulle spine.
Parla per ore, divaga, lo fa apposta, ma alla fine arriva sempre a svelarmi il dettaglio decisivo, quello prezioso.
Io ascolto, magari prendo appunti. Ci sono cose però che devo fare da solo. Dopo averlo ascoltato giro per i grandi magazzini e annuso le essenze.
Gli odori sono fondamentali, possono resuscitare le atmosfere, migliorarle e abbellirle.
Mi accadono strane cose durante questi percorsi olfattivi. Sento all’improvviso la stessa colonia del povero Maratoneta, e me lo rivedo con quei buchi al posto degli incisivi e la pelle solcata di rughe profonde come cunei, poco prima di morire. Oppure mi invade le narici un forte odore di pelle scamosciata che richiama immediatamente mia madre. Me la fa apparire davanti, anche se sono in mezzo alla strada. China, a pulire le sue scarpe. La vedo, ma non posso toccarla, è di fronte a me, e rivivo tutto.
È a causa di quell’odore, lo so.

Ci sono segreti racchiusi anche nelle puzze. Fanno parte della vita, del suo lato indecente.
Puzze di corpi mal lavati, di cibo andato a male, puzze di componenti chimici e di smalto per unghie. Violente, prive di pudore.
Non ho remore a proporre atmosfere con le puzze, se servono allo scopo.

Cavolo cotto? Ma puzza!
E allora? Vogliamo ricostruire l’atmosfera della colonia o vogliamo accontentarci di una volgare pagliacciata?


Adesso che sono in vacanza faccio grandi passeggiate sul mare.
Sul mare non c’è bisogno di creare atmosfere. C’è già tutto. Basta respirare e chiudere gli occhi.
La mamma pensava spesso al mare, ritagliava le foto dai giornali, guardava i documentari sulle foche e sulle balene. Ma non l’ha mai visto. Era una cosa troppo complicata, troppo costosa. Lei non voleva creare scompiglio.

Ecco, qualche volta penso di aver fatto poco per mia madre e mio padre. E anche per me di conseguenza. Creare atmosfere per gli altri ha sempre risucchiato tutta la mia energia.
Altrimenti avrei potuto inventare il mare per mia madre e un figlio scienziato per il babbo. Con un master all’estero e anche una bella cerimonia per la consegna dei diplomi.
Lui avrebbe potuto chiamare gli amici del bar.

È lui! È Goody! Lo vedete?

Invece non ho fatto niente e loro sono morti con i loro desideri.
Si sono creati da soli le atmosfere, come quando il babbo ha dipinto le pareti di quell’improbabile colore veneziano.

E io mi ritrovo solo e non ho niente.
Sono una tavola di sabbia bianca sulla quale gli altri lasciano tracce, tracce leggere sfiorando coi polpastrelli.

E la mia vita è un’entità granulosa, confusa, senza fisionomia.

Sono solo il creatore di atmosfere.
Un volgare ladro di dettagli altrui.


fine
di Francesca Mazzucato

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