Magazine Venerdì 27 aprile 2001

Il creatore d'atmosfere

Magazine - Di professione faccio il creatore di atmosfere. Atmosfere di tutti i tipi. Le creo per gli altri. Mi interpellano, studio la situazione e poi costruisco l’atmosfera giusta. A volte con l’aiuto di oggetti e con la complicità di persone. A volte senza niente.
Alcune atmosfere richiedono studi approfonditi, documentazioni e prove. Per altre è più facile. È come se le avessi sempre avute dentro.

Adesso sono solo nella stanza e la luce galleggia sopra il letto. Sono nudo, con le gambe parzialmente coperte dal lenzuolo bianco. Attorno è tutto vuoto, tranne un quadretto sulla parete di destra con una vela. Stilizzata, praticamente irriconoscibile.
Una camera d’albergo.
Anonima, quasi squallida. Quello che ci vuole per ricaricarsi.
Mi concedo spesso delle lunghe pause, il mio è un lavoro impegnativo che richiede concentrazione e nervi saldi. Quella delle atmosfere, si sa, non è una scienza esatta, non ancora.

Situazioni pronte, precotte, come un piatto surgelato. Gamme variabili di possibili emozioni.

A volte incontro il mio amico Cesco, uno che parla poco, che resta ore seduto nei caffè della periferia ad osservare e poi mi riporta dettagli preziosi per le mie prestazioni professionali.
Lui sa rubare l’anima delle cose per potermela raccontare. Non fa niente di male, l’anima delle cose è come la coda delle lucertole, si rigenera sempre. Secondo Cesco quella delle atmosfere è un’arte, non una scienza, e di questo discutiamo un po’, ogni tanto.
Sostiene che quelli come me sono gli artisti, ma hanno un fottuto bisogno di quelli come lui, i collaterali. Quelli che osservano e annusano in giro.
Le atmosfere sono fatte di odori e di colori ben assortiti. I colori delle facce, e quelli degli stati d’animo. Si tirano fuori le emozioni, certe cose mai dette e sepolte in fondo alle viscere, le si sistema in una bella cornice e il gioco è fatto. È come mischiare i dadi e poi farli scivolare sul panno del tavolo da gioco.
Cesco è il mio più caro e vecchio amico e vorrei sempre dargli ragione.
Ma io mi sento uno scienziato, non un artista, anzi trovo insopportabile tutto quel romanticismo che circonda certe figure di grandi pittori, di scrittori o di musicisti. Io ragiono, calcolo, faccio combaciare dei lembi.

Goody, tu mi darai tutte le soddisfazioni che mi sono mancate, tu hai di fronte un radioso futuro da scienziato.

Il babbo vedeva gli scienziati come una categoria privilegiata, quelli che migliorano la qualità della vita altrui. Ma anch’io lo faccio, anche se non ho inventato macchinari sofisticati o complesse architetture. Non volevo altro che accontentarlo, soprattutto da quando eravamo rimasti soli.
Io e lui, in quella casa che pareva sempre sul punto di crollare. L’aveva costruita con le sue mani in un pezzettino di terra ereditato dal nonno.

Negli armadi erano rimasti i vestiti della mamma. Anche dei saponi profumati e poi le sue ricette ricopiate con una calligrafia stentata su un quaderno nero.
Nient’altro.
Cose piccole, destinate a rimanere al loro posto, a riempirsi di polvere o di tarme. Il babbo aveva buttato via solo le scarpe perché gli facevano tristezza. Ci aveva pensato, s’era bevuto qualche birra con gli amici, giù al bar, sempre continuando a pensarci, e poi aveva deciso. La mamma per tutta la vita ne aveva possedute solo tre paia e le aveva lucidate ogni sera, china davanti al televisore. Un paio nere, un paio rosse e un paio tartaruga.
Quelle nere per tutti i giorni, quelle rosse per i quindici giorni che passavamo in pensione al Lido degli Estensi, quelle tartaruga per le occasioni speciali.
Io la ricordo con uno straccio liso mentre le puliva soffiandoci sopra. Assorta, con una precisione assoluta e il tocco leggero. Prima quelle rosse, le più pregiate, poi le ballerine e infine quelle col tacco medio di finta tartaruga. Ci metteva delle ore, le venerava. Erano il suo tesoro, diceva che ci camminava bene e che non poteva buttarle. Sarebbe stata una spesa inutile, e in casa si doveva fare economia.

Troppo triste tenere le scarpe, dopo la sua morte.
Il babbo le ha infilate in un sacco nero e le ha buttate un giorno che non c’ero. Sicuramente ha ripetuto per un po’ ”via il dente via il dolore”, una delle sue frasi preferite. Poi ha preso il sacco e si è avviato verso i bidoni verdi.
Dopo ha bevuto ancora della birra, beveva in continuazione dopo la morte della mamma. Parlava poco, piangeva e beveva. Tornava dal supermercato con grossi cartoni e poi ci metteva delle ore a sistemare le bottigliette in frigo e le damigiane di vino rosso sulla mensola. Quel giorno ha bevuto una lunga sorsata alla salute della mamma e di quelle tre fottutissime paia di scarpe.

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di Francesca Mazzucato

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