Magazine Martedì 16 giugno 2009

'Il Fiore degli Abissi' di Leonilde Bartarelli

Il Fiore degli Abissi (ed. Montag, 2009, 204 pp., 16 Eu) è un romanzo d'avventura. L'autrice, Leonilde Bartarelli, è nata a Genova ma vive in Toscana, nella campagna senese; è laureata in archeologia preistorica ed è un'artista tessile.
Per info: www.ilfioredegliabissi.com

Di seguito pubblichiamo l'incipit del romanzo.

Magazine - Il maestrale gonfiava la vela nera spingendo la feluca al gran lasco, in una corsa sfrenata nel buio della notte. Le luci sfuocate della costa tremolavano incerte, sparse nella massa scura che si allontanava sempre più, finché sparirono quando doppiammo il promontorio.
È una pazzia, pensai per l’ennesima volta mentre gridavo a Tredita di stringere i fiocchi.
Non c’era luna e le nuvole coprivano le stelle. Soltanto la pratica e l’abilità ci facevano trovare al primo colpo cime e agganci, ma non era questo che mi preoccupava. Buio e vento da nord ovest in quel momento rappresentavano la nostra salvezza: tenebre per non essere visti e velocità per portare a termine la missione in fretta. Era la notte ideale per sfidare la fortuna, la notte ideale per rischiare la pelle.

Sentivo i gentiluomini borbottare a prua. Ci avrebbero pagato bene, se restavamo vivi. Almeno questa era la promessa. Se restavamo vivi…
Strinsi le mani sulla barra del timone; il Fiore degli Abissi era l’unica barca adatta a tentare l’impresa: veloce, fidata, leggera. E noi l’unico equipaggio abbastanza audace. Anche se nessuno sapeva sul serio quanto lo fossimo in realtà.
Nonostante tutto avvertivo l’euforia per l’avventura e la smania di dimostrare quanto valevo, sebbene questo potesse per tanti motivi ritorcermisi contro. Credevano forse quei tre manichini arroganti che fossi un vile e un codardo di fronte ai barbareschi?
Virai verso la terraferma che indovinavo all’orizzonte, correggendo la rotta.

Il giorno prima due alabardieri si erano presentati al molo per scortarmi al cospetto del Governatore, senza dare alcuna spiegazione.
I miei traffici, per quanto prudenti, non erano dei più leciti e la mia inquietudine a quella convocazione del tutto giustificata, riconoscevo fra me e me mentre salivo al loro fianco la scalinata, oltre i leoni di marmo accovacciati all’ingresso del Palazzo del Governo.
Percorremmo corridoi e cortili colonnati. I nostri passi rimbombavano cadenzati e io tenevo a freno il nervosismo, camminando con spavalderia e cercando conforto nella mia altezza: come quasi tutti gli abitanti dell’isola, i soldati mi arrivavano poco oltre le spalle e questo li metteva in imbarazzo. Ma in realtà ero io a sentirmi come un sarago nel bugliolo del pescatore.

Ci fermammo davanti a una porta rivestita da una tenda blu da cui lo stemma della città, un dragone rampante d’oro, sembrava balzarci addosso.
I soldati scambiarono qualche parola con l’armigero che sorvegliava l’ingresso, quindi questi aprì uno dei battenti. Era così grande che non dovetti neanche chinare la testa per entrare come mi succedeva di solito.
Trattenni il fiato.
La sala era enorme. E gelida. Marmi bianchi la rivestivano riflettendo i raggi del sole filtrati dalle grandi vetrate e riempiendola di una luce glaciale. Alle pareti pendevano arazzi di seta su cui disegni lineari e scritte verdi, rosse e blu risaltavano nello sfondo chiaro. A terra un tappeto spezzava il bianco con l’indaco e l’oro di un altro dragone gigantesco, accentuando il senso di gelo. Un tavolo ricolmo di carte arrotolate, attorniato da scanni, troneggiava davanti a me.
Deglutii. Mi sentivo fuori posto e il timore accelerò i battiti del cuore.

Come avranno fatto a capire tutto? Mi chiesi. Come posso uscirne incolume? Eppure…
Fermai il lampo di terrore che mi attraversava gli occhi e misi a fuoco le persone presenti nella sala.
Al tavolo era seduto il Governatore.
Lo avevo ammirato prima d’allora da lontano durante le cerimonie aperte a tutto il popolo, con il voluminoso cappello rigonfio e gli abiti dalle ampie maniche traboccanti di ricami e gioielli. Ora vidi un uomo pelato, grasso e ben poco solenne in una semplice tunica nera che non alzò neanche il capo dalla pergamena che stava esaminando. Uno zelante giovanotto ingobbito accanto a lui gli parlava sottovoce con una cantilena indistinta alternando inchini servili ad assensi col capo.
La voce irata del Governatore lo interruppe: - Queste decisioni andrebbero discusse con il Consiglio delle Logge, non arrivare così tra capo e collo. Tutto ciò è contrario al nostro modo di procedere.

Vari funzionari vestiti anch’essi di nero si affaccendavano qua e là, portando fogli e pergamene, indifferenti alla mia presenza.
Per l’imbarazzo ballonzolavo ora su un piede ora sull’altro e appena me ne resi conto mi irrigidii. Forse non era per il corallo, cercai di rassicurarmi, altrimenti sarei stato portato davanti ai funzionari della Dogana, non dal Governatore della città.
Accanto al tavolo tre gentiluomini dell’Impero, la cotta di ferro che copriva le spalle, il mantello poggiato su un braccio e l’elmo piumato in mano, mi squadravano con alterigia studiando il mio aspetto. Sotto il loro sguardo i miei vestiti da pescatore divennero ancor più inadeguati e miseri.
Uno di loro, un passo innanzi ai compagni, sfoggiava una pomposa corazza sbalzata. I capelli neri divisi al centro scendevano unti e lucidi fino a lambire le spalle e due spessi baffi sormontavano la bocca dal profilo sottile, piegata in una smorfia superiore. Il mento squadrato era rivolto verso l’alto; acuti occhi neri mi fissavano stretti nella fessura delle palpebre.

Finalmente fece cenno di avvicinarmi e chiese con un accento diverso da quello degli abitanti dell’Isola: - Sei tu Andrea Raggio, detto il Rosso, lo schiavo liberato?
Cercavano proprio me, quindi. Non era un errore. Tentai un inchino ostentando una sicurezza che in quel momento non avevo: - Sì, mio signore, sono io.
- Ci hanno riferito che sei il marinaio più abile qui in città e che, con la tua barca, sei riuscito più volte a sfuggire ai barbareschi.
- Sì, mio signore. Con la mia feluca… - Il moto di orgoglio mi ringalluzzì, ma lui interruppe la frase con un gesto impaziente.
- …e ci dicono anche che sai veleggiare di notte rendendoti invisibile nelle ombre.
Attenzione! Mi dissi, ecco la rotta pericolosa e il gorgo dove non dovevo cadere.
- Occorre saperlo fare, mio signore, se si vogliono raggiungere le fonde più pescose.
- Parli l’arabo?
- L’ho dovuto imparare per sopravvivere sulle galee.
Non parve notare l’esitazione che avevo avuto nel rispondere e si rivolse al Governatore: - Eccellenza, questo potrebbe davvero essere l’uomo di cui necessitiamo. Abbiamo il vostro beneplacito?

L’uomo, appoggiato all’indietro sul seggio, seguiva l’interrogatorio con espressione contrariata: - Vi rendete conto di quello che significherà, Capitano Sigarro? I delicati equilibri diplomatici che abbiamo ottenuto…
- È tutto pianificato nei minimi particolari. L’unico tassello mancante lo abbiamo qui, davanti a noi. E del resto - il tono assunse una sfumatura malevola - sapete quanto me che il vostro consenso è una pura e mera formalità.
- Così sia, non posso fare altrimenti. Ma non voglio conoscere altri particolari. È tutto completamente sotto la vostra responsabilità.
Firmò con gesto stizzito una carta; si mosse con insofferenza e, omaggiato dai tre gentiluomini con un elegante inchino ironico, si allontanò con tutto il seguito senza degnare di uno sguardo il mio impacciato saluto.

Ancor prima che la porta si richiudesse, il Capitano indicò un grande arazzo appeso alla parete: - Sai cos’è questa, pescatore?
Rimasi incerto, guardando le linee, i disegni e le scritte incomprensibili. Vedendo il mio imbarazzo, il tono dell’ufficiale divenne sarcastico: - È la pianta dell’Isola di Larusina, dove ora ci troviamo. Questo almeno lo sai o ignori persino dove vivi?
Gli altri due risero.
Non avevo, a quel tempo, dimestichezza con le carte nautiche e impiegai un paio di minuti prima di riconoscere, nella parte bassa di una figura allungata tracciata in inchiostro rosso, il disegno stilizzato della città che dava il nome all’Isola e il porto fortificato all’interno della baia. Compresi allora che sulla seta era stato riprodotto il profilo dell’Isola vista dall’alto e tutto mi divenne più chiaro.

Davanti a me era Larusina, ultimo avamposto dell’Impero, terra di confine, così vicina al continente abitato dai barbareschi da poterlo vedere a occhio nudo oltre il canale di Saiquaton che da esso la divideva a oriente. La sua forma affusolata e stretta si protendeva da mezzogiorno a mezzanotte, incoronata dal cono del Monte Vurgona all’estremità settentrionale.
A oriente erano riportati gli scogli insidiosi, le correnti sotterranee e le galee barbaresche mentre a occidente i fondali profondi che regalavano coralli ai pescatori.
A quel pensiero cercai d’istinto la Baia del Lamento, la nostra baia segreta sulla terraferma a settentrione, e subito distolsi lo sguardo in fretta, preoccupato che qualcuno si insospettisse…
La potente Mustarrajla, la Guerriera, covo dei pirati, era disegnata più giù, quasi in fondo all’arazzo. Una doppia cinta di moli abbracciava la baia: la più esterna terminava con due fari e la più interna con due bastioni inespugnabili. Tutto era riprodotto sulla seta, anche gli innumerevoli moli, le case, le moschee e il Palazzo del Sultano. Ebbi un brivido: quel posto evocava paure e terrore. Anche se i barbareschi avevano acconsentito a non attaccare Larusina in cambio di un tributo, non garantivano la salvezza di quei pescatori o legni sorpresi fuori della protezione delle mura e dei cannoni. Nominarla o pensare a essa, fra la gente del porto, era considerato malasorte. Feci un gesto di scongiuro di nascosto.

Ma allora, se non erano stati scoperti i miei traffici, cosa volevano da me quei tre? Mostrarmi una carta e insegnarmi a leggerla?
- Dunque, ragazzo! - Anche se ero un semplice pescatore, fui urtato da quel “ragazzo” in bocca a un uomo che aveva più o meno la mia stessa età. - Come mi auguro tu sappia, il porto e la città di Mustarrajla sono ben protetti. Quello che dovrai fare, anzi, che dovremo fare noi quattro - E con un gesto salottiero incluse i suoi compagni, - è penetrare lì dentro.
Parlava come se proponesse una gita fuori porta e io pensai di non aver compreso bene: - Perdonate, mio signore, ma cosa significa tutto questo?
- Non hai detto di possedere la feluca più veloce della costa e di essere il marinaio più abile di tutta Larusina? O era soltanto una vanteria senza consistenza?
Sgranai gli occhi: c’erano soldati, cannoni e soprattutto galee sempre alla ricerca di schiavi da mettere ai remi, in quel maledetto porto. Penetrare là dentro? E come? E perché? Scossi la testa. Avevo capito male. Senz’altro. Oppure era uno scherzo per prendermi in giro, per farmi apparire un ridicolo sempliciotto, per divertirsi con la mia paura, per prendermi di sorpresa e farmi parlare del corallo…

- Una cosa è sfuggire alle galee dei pirati, un’altra gettarsi nelle loro braccia spontaneamente, mio signore. - Provai a prendere tempo.
- Così hai paura, pescatore. Peccato. Perché non hai scelta, se non vuoi essere punito. Ci porterai laggiù, ragazzo, domani notte con la luna nuova. Ci porterai laggiù e insieme tenteremo un’impresa che nessun altro ha mai tentato. È finita la potenza dei Barbareschi, siamo giunti alla fine. Presto ci sarà l’Impero a dominare su tutto il Mare. E noi saremo coloro che lo avranno permesso.


da: Il Fiore degli Abissi, per gentile concessione di Edizioni Montag

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