Concerti Magazine Giovedì 26 aprile 2001

Everyday, Dave Matthews nuovo e sofferto

Non è stato facile per Matthews dare alla luce questo album. Nonostante la sua band fosse diventata il fenomeno di maggior successo nella musica dal vivo statunitense, nonostante i venti milioni di copie vendute con gli album precedenti senza mai un momento di incertezza, Dave Matthews non riusciva a entrare in sintonia con la necessità di scrivere, e poi con lo studio.

Risultato: il ragazzo di Charlottesville (Virginia) piomba nella più lugubre depressione, e comincia a bere. Le immagini dal tour, nel suo sito in rete, lo mostravano sempre più rotondo, un Homer Simpson con la chitarra a tracolla. L’album viene rimandato, poi i discografici ascoltano i nastri e decidono che così non va: si cambia produttore. Incaricato di gestire la genesi diviene così Glen Ballard, il re Mida produttore di Alanis Morissette, che non si smentisce: arriva, prende il controllo della situazione, e tira fuori il meglio da tutti.

Si intitola “Everyday”, e viste le premesse, era lecito prepararsi al peggio. Ma Matthews è un artista molto particolare. La sua creatività mi aveva già stupito lungo tutti i dischi precedenti e sempre in modo diverso; lo stile della band, che spazia in ogni direzione senza farsi catalogare, e la sua voce, così unica, mi hanno talmente conquistato che ormai comprerò qualsiasi cosa facciano, ma questo disco, anche senza essere magnanimi, merita tutti i soldi che costa.

La principale differenza, per gli affezionati, è la durata delle canzoni: niente più lunghi respiri orchestrali, niente assoli di sax e di violino. Le canzoni sono diventate più brevi, sotto le frustate di Ballard, ma è vero che il danno si può sopportare. In compenso la vena musicale creativa è intatta e vibrante, come sempre.

Mi mancano le lunghe introduzioni, in cui Carter Beauford, il batterista, usava le percussioni con una classe mai vista, o certi fraseggi sincopatissimi del sassofonista Leroi Moore, ma le canzoni ci sono tutte, questo è l’importante.

I dodici pezzi si difendono alla grande: “I did it”, la prima track, è un tuffo nel rock, con suoni molto più elettrici del solito, ma già al secondo pezzo “when the world ends”, siete di nuovo a casa, nel mondo di Dave matthews, quello migliore. “The space between” ha un ritornello che finirà in uno spot da tanto è semplice e bello, “dreams of our fathers” e “so right” sono nella migliore tradizione Matthews: strofa incalzante e ritmata, inciso aperto.

Nello stile consueto, non ci sono riempitivi, ogni tappa dell’album trasuda creatività. Grande classe e grande energia, “Everyday” è tutto tranne che l’ultimo album di una band stanca.
Se volete un bel disco, è in tutti i negozi.

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