Magazine Venerdì 29 maggio 2009

«Diventare gay è la mia paura più grande»

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Magazine - Salve dottore,
sono un ragazzo di vent'anni con una vita perfetta, una famiglia meravigliosa e soprattutto una ragazza che mi ama e che amo pazzamente. Un'altra premessa che penso di dover fare è che quest'ultimo anno è stato orribile a causa di lutti in famiglia e problemi all'università.
Il mio problema è che circa due mesi fa ho avuto una crisi che si è manifestata così: sapevo che la mia ragazza sarebbe dovuta partire per uno stage di tre mesi a maggio, poi seppi che in realtà sarebbe durato un anno. Dopo averlo saputo ho sentito una stretta allo stomaco, che col passare dei giorni si è fatta sempre più forte, Fin quando una mattina, non riuscendo a studiare a causa di voci che sentivo nella mia mente, che tra le cose mi dicevano di lasciare la mia ragazza, sono scoppiato in lacrime (non piangevo da tre anni).
Ho capito che non avrei risolto nulla lasciandoci (anche se per qualche giorno abbiamo fatto una pausa e lei mi ha capito, è una ragazza stupenda che mi ha sempre sostenuto) e che la mia crisi interiore sarebbe rimasta, poiché non riuscivo a capire quale fosse il problema che mi attanagliava.

Nel frattempo ho cercato di farmi autoanalisi, arrivando alla conclusione che quella stretta allo stomaco altro non era che la paura di rimanere solo, e che la voce che sentivo era la risposta (illogica) per quella paura, cioè
mi impongo di lasciarla così soffro meno.
Comunque i miei problemi non sono finiti lì: infatti dai giorni successivi fino ad oggi, ho avuto un susseguirsi di problemi che ho man mano cercato di risolvere, fino all'ultimo che mi sta ancora occupando la mente. Per chiarezza gliene indico alcuni, che ho scritto per analizzarli man mano che si presentavano: paura di rimanere solo, paura di non sentirmi all'altezza, le voci (per un po' pensai di essere schizofrenico), il voler farla finita, paura che la mia crisi non avesse fine, il cercare difetti nella mia ragazza (così da spostare la colpa della mia crisi su di lei, codardo vero?), paura di perdere la mia identità, e infine la paura di diventare gay.

Ho capito che tutti questi problemi provengono da una mia enorme insicurezza che mi ha portato alla pigrizia nello studio e alla paura di affrontare qualcosa di più serio in una storia d'amore. In realtà però, da circa tre settimane, mi sta distruggendo la paura di essere gay: dopo aver visto una scena di un telefilm in cui un attore grande, grosso ed estremamente mascolino dice di essere gay, mi è entrato in mente questo tarlo maledetto e non riesco a mandarlo via.
In realtà quattro giorni fa ho trovato la risposta a tutto. Da un paio di giorni prima, infatti, sentivo molto meno questi problemi, ero più calmo e riuscivo a inquadrare meglio il mio stato. Poi ho avuto come un'illuminazione: ho capito che ero felice, di essere veramente eterosessuale e di amare veramente la mia ragazza. Ero così felice che, trasportato da questa bellissima sensazione, ho dimenticato i problemi. Ma negli ultimi tre giorni mi sono innervosito e i problemi sono triplicati di potenza.

So di non essere gay e che non lo sarò mai, ma a volte la mia paura di esserlo è più forte della mia consapevolezza.
Come devo fare a scacciare queste paure e soprattutto l'ultima? Negli ultimi tempi devo dire di essermi comportato male anche con i miei, dando loro la colpa della mia crisi: in realtà so che se loro sono connessi a questa, lo sono in minima parte, però mi sono trovato di colpo senza valori né fondamenta, dunque prima in un enorme spazio vuoto, poi col passare del tempo ho capito che questo spazio vuoto viene colmato con i nostri valori, le persone che amiamo e i comportamenti in cui crediamo.
Ho capito che siamo ciò che decidiamo di essere, ma questa decisione mi fa paura. Ho paura di sbagliare, di diventare gay. In più ora non riesco a sconfiggere i miei problemi perché sento che se me li metto alle spalle, tutto il lavoro fatto dentro di me sarà stato inutile, perché se riesco a sconfiggerli io poi non sarò più naturale con me stesso e con gli altri.
Grazie, aspetto risposte.
L.

Salve, ragazzo di vent'anni.
Mi spiace che lei stia vivendo brutte sensazioni e spero di poterle dare un piccolo aiuto cercando di ampliare i dati che lei ha a sua disposizione, per capire meglio cosa le sta succedendo e perché. In effetti la sua lettera, o meglio la sua storia, potrebbe essere d'aiuto a molte altre persone (non solo di vent'anni) che si dibattono in situazioni simili e spesso soffrono nel non riuscire a uscirne.
Quindi mi permetta di non entrare proprio nel merito della sua specifica storia, ma di trarre da quello che lei scrive alcuni aspetti critici. E mi scusi se non seguirò un andamento lineare, o meglio se non seguirò la linea temporale del suo racconto, ma potrebbe essere utile averne una visione più globale.

Anche se, inizialmente, vorrei farle i miei complimenti: la sua analisi della situazione è quasi da manuale, e allo stesso tempo questa perfezione è una delle cause del suo problema. Che in altre parole diventa: ma se l'analisi è perfetta e tutto il ragionamento fila, perché le cose non funzionano? E dunque perché sta male?
Temo che, usando una logica quasi aristotelica, la prima cosa che le venga in mente è una operazione per contrasto: se il mio ragionamento fila ma non riesco a stare meglio, allora c'è qualcosa, in me, che non è perfetto. Ovvero, se non sono proprio sicuro-sicuro allora sono insicuro-insicuro.
È una logica che viene definita manicheismo e che credo abbia dato più problemi che soluzioni, almeno per quanto riguarda i sistemi complessi.
Tutto questo per dire che no, non credo che basti questo per fare di lei un gay (cosa che, detto per inciso, non dovrebbe essere oggetto di paura, ma ammettiamo che per lei questa parola abbia più un valore simbolico che letterale). Dunque non è così tanto logico, ma il problema resta.

Se fosse una discussione accademica incomincerei a parlare di teorie e filosofie, ma dato che siamo qui a scriverci mi permetto di chiederle: se lei legge il manuale per buttarsi con il paracadute, pensa di essere in grado di buttarsi da solo col paracadute da 4.000 metri subito dopo averlo letto? No? Forse perché non sa leggere? O forse perche è imperfetto? O forse perché è un vile?
No, non credo che questa possa essere una conclusione accettabile. E tantomeno credo che sia perché lei è gay (anche perché ne conosco alcuni bravissimi a lanciarsi con il paracadute).
Anzi sarebbe proprio il contrario, sarebbe stupido farlo.

Allora, lasciando perdere questo inutile gioco dei contrari, forse dovremo prendere in considerazione un insieme di altri punti di vista e di pensiero (e non le nascondo che proprio questa è l'essenza del lavoro di noi psicologi). Quindi le ricordo che noi, a volte, per semplificare, diamo definizioni sintetiche, ma poi crediamo alle nostre povere definizioni e ci costruiamo sopra delle grandi teorie: queste, ovviamente, basandosi su dati incompleti non possono reggere e, infatti, non reggono. Gettandoci nella disperazione.
Questo perché, troppo spesso, crediamo di essere logici ma in realtà non sappiamo fare così bene i conti come crediamo (ma non è una malattia, forse è solo una pessima abitudine). Poi crediamo che la logica o l'aspetto verbale risolva tutto, mentre invece non siamo fatti solo di logica, anzi: abbiamo paure, sentimenti, emozioni, risposte viscerali, intuizioni e altro ancora, che non possono essere ignorate ma anzi devono essere riconosciute e integrate in noi.
Dico integrate perché non dovrebbe essere vero neanche il contrario, ossia che le emozioni, le passioni o le paure, solo per il fatto che le proviamo (anche intensamente), abbiano davvero più senso e debbano essere seguite al posto delle riflessioni e delle conoscenze razionali.

Sì, è un pensiero complicato, ma cerchiamo di chiarire: la nostra vita e il nostro vivere di oggi è complicato, che ci piaccia o no. È dunque meglio affrontarlo per quello che è, e non per quello che vorremmo che fosse. Perché il pericolo è proprio questo: che di colpo ci sia un passaggio troppo brusco tra quello che noi (ingenuamente?) vorremmo che fosse, a quello che, di fronte alla frustrazione, temiamo che possa essere. E da lì l'angoscia.
A questo punto temo che qualcuno, leggendo quello che ho scritto, si stia dicendo «non ci capisco più niente». O, al contrario, si sia accorto che non toccavo altri aspetti altrettanto importanti.
Scusatemi, in effetti potremmo avere tutti ragione, ma non per questo qualcuno dovrebbe avere torto: nel caso mandatemi i vostri dubbi, potremmo trovare il modo di chiarirli assieme.

Infine una nota per il ragazzo ventenne. Potrebbe essere che «sono un ragazzo di vent'anni con una vita perfetta, una famiglia meravigliosa e soprattutto una ragazza che mi ama e che amo pazzamente» sia una definizione iniziale un po' troppo eccessiva, e che una perfezione così perfetta (mi scuso per il gioco di parole) sia veramente difficile da sopportare e mantenere.
Quindi, se ha così tanta paura di sbagliare, vorrei invitarla a leggere piu volte il manuale per buttarsi con il paracadute (o qualsiasi altra cosa difficile che vuole fare) e poi, a prescindere da quello che crede di avere capito, vorrei invitarla a iniziare a buttarsi, magari su un bel materasso gonfio e, badi bene, dalla metà della metà dei 4.000 metri. E non si stupisca se, le prime volte, neanche così le riesca bene. Anche il corpo ha bisogno dei suoi tempi per capire.

Lei lo chiamerebbe sbagliare, io lo chiamerei imparare. Spero che anche lei lo trovi logico, perché le assicuro che così può funzionare.

di Marco Ventura

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