Magazine Sabato 23 maggio 2009

Nicolai Lilin. Lo scrittore (e tatuatore) brigante

Magazine - Mi riceve sabato alla Fiera del Libro. Ore 16.00 allo stand Einaudi. Affollatissimo. L'avevo già visto prima, mentre concedeva un'intervista. Non molto alto, con una barbetta curata, gli occhi da lupo. Intelligentissimi. Si inchina quando mi stringe la mano. Mi ringrazia per un articolo in cui avevo cercato di sorprendere il succo di Educazione siberiana, Einaudi 2009, pagg. 343 euro 20,00. Lui è Nicolai Lilin, il tatuatore venuto dalla Transnistria, una regione estrema della Siberia, schiacciata tra Moldavia ed Ucraina. Lui è l'ultimo discendente della popolazione degli Urca, una popolazione di briganti che popolavano le fredde, anzi artiche foreste siberiane. Una sorta di residuo bellico con occhi lucenti ed età giovanissima. Nicolai Lilin ha trent'anni ed ha raccontato in questo libro un microcosmo in cui la sua adolescenza ha coinciso con il declino della criminalità onesta, quella dei vecchi.

Gli chiedo subito cosa significhi, criminale onesto. Mi risponde con foga passionale.
«I criminali onesti eravamo noi, quelli che il comunismo aveva relegato in Transnistria per ucciderci. La nostra criminalità era ideologica, per resistenza. È molto diversa da quella occidentale. La vostra è dettata soprattutto da motivi economici. La nostra era fatta di spirito ideologico. Ci davamo delle regole per resistere. Quando ho scritto questo libro ho capito subito che il risultato sarebbe stato uno soltanto: una spartizione tra chi mi odia e chi mi ama».

Quindi, tu sei contro il comunismo?
«La Russia sta attraversando un momento molto difficile. È fatta di tutta una serie di stati, mondi intestini, poteri nascosti, e tante piccole comunità. La Russia ci ha costretto a resistere e ci ha obbligato a diventare non dei criminali, ma dei criminali onesti. Dei delinquenti politici. Criminale era un modo di bollare chi resisteva. Ecco perché noi ci chiamavamo onesti. È stata una ribellione. I soldi non c'entrano. Il declino delle nostre regole è cominciato con il denaro».

Torneresti in Russia?
«No, sarebbe come tradire l'Italia dove mi sono ambientato così bene».

Talmente bene – penso io – che ha scritto il libro direttamente in italiano. Penso ad un articolo apparso su Il Giornale dove si ironizzava su questa lingua italiana usata per scrivere il libro. E si faceva la tara a questo linguaggio particolare, rozzo ma efficace, con cui Nicolai fa discutere.

Come mai hai scritto in italiano?
«L'italiano è diventato la mia lingua. Non penso più in russo, non ci sogno neanche più. Quando ho provato a scrivere dei racconti in russo, ho avvertito un sacco di resistenze. Era come se fossi condizionato. Facevo fatica. Stavo dentro una rete ideologica inconscia. Con l'italiano mi sono sentito libero, mi ha liberato. Una notte ho provato. Ho scritto in italiano. Al mattino avevo davanti a me venti pagine ed un racconto pronto. L'avevo scritto senza accorgermi del tempo e mi sono sentito libero».

Quali libri hai letto di più?
«Fin da ragazzo leggevo moltissimo. Per me era come uscire da quella spirale di violenza dove vivevo. Ho letto Bulgakov, soprattutto. Lui disprezzava la comunità sovietica, incarnava il massimo della critica feroce della comunità. A circa undici anni ho letto Dante nella traduzione sovietica. Mi è sembrato subito un enorme labirinto. Oggi lo leggo in italiano. Mi nutre molto. Ho letto Mario Rigoni Stern nella Storia di Tonle: mi ha fatto rivivere i racconti di mio nonno. Ho letto Revelli, i racconti delle persone anziane fanno tornare indietro».

I vecchi hanno avuto molta importanza per te?
«I vecchi sono stati tutto. Mi hanno insegnato le regole. Quelle che io ho potuto vedere soltanto al loro tramonto».

Anche i tatuaggi sono una forma d'arte?
«I tatuaggi sono la prima forma d'arte che ho sperimentato. In Siberia ti permettevano di conoscere qualcuno senza dovergli chiedere nulla. Erano una forma di comunicazione simbolica che riusciva subito a dire chi avevi di fronte».

Gli chiedo subito cosa significhino quelli che ha sul suo corpo. E mi rendo conto di compiere una gaffe.
«Non posso dire niente del loro significato. Hanno un valore preciso. Che è appunto quello per cui non devi mai chiedere alla persona cosa significhino».

Ne ha molti. Sulle mani nervose, sul collo magro e tendineo sempre in movimento. Se ne intuisce uno, interiore, che non vuole mostrare. L'onestà del criminale sembra foderata di educazione.

Come mai non c'è sesso nel tuo libro?
«Il sesso è privato, è una questione privata, direbbe Fenoglio. Quando hai un rapporto con una donna, non c'è bisogno di parlarne con altri. Mi sembrerebbe di offendere la donna. È una cosa che è già stata. Che bisogno c'è di parlarne con altri?».

C'è molta educazione e rispetto anche nell'uso delle armi?
«Le armi per noi erano sacre. Ci riportavano al mondo primitivo della caccia. Si torna allo stato primigenio, quello con Dio. Se tu avevi una pistola, ed avevi la possibilità di usarla, significava che ti era stata data per la tua dignità. I vecchi ti avevano considerato degno di usarla. Solo che l'arma, se usata, ti poneva in una condizione di non ritorno».

È vero che le armi dovevate riporle accanto alle immagini sacre quando entravate nelle case dei vecchi criminali onesti?
«È verissimo. Sarebbe stato maleducato non farlo, irrispettoso delle regole».

Quanto ti è rimasto della violenza che hai praticato?
«Nulla. Ma voglio precisare una cosa. Il mio è un romanzo. Io ho narrato le storie che ho ascoltato da mio nonno quando ero bambino. La violenza, per noi, era una sorta di linguaggio. Non avevamo altre forme di comunicazione. È per questo che le davamo delle regole. Cercavamo di chiuderla dentro un'osservanza religiosa».

Il libro termina con l' iniziazione del protagosita al servizio militare. È l'inizio di una nuova puntata?
«In realtà ho già consegnato all'Einaudi il mio secondo libro. Devo dire che con il primo sono stato fortunato. Ho consegnato dei racconti che sono piaciuti, tramite un amico. Nulla di più. Loro hanno fatto un editing lieve. Il libro era di circa quattrocento pagine. Mi ripetevo molto».

In effetti, il libro è un continuo viaggio in un mondo adolescenziale, anzi minorile. Tra i ricordi di quel tempo. Nicolai mi dice che ha raccontato una dimensione isolata nello spazio e nel tempo. Si è costretto a pensare a quel tempo, ai suoi personalissimi e violenti ricordi di scuola.
È difficile pensare che l'Einaudi abbia operato un editing leggero. Più difficile pensare ad un maquillage pesante. Avrebbe rischiato di rovinare questo linguaggio adolescenziale dotato di una visionarietà in rilevo sulla pagina. Il segreto sta qui. Un Ragazzi della Via Pal scritto in un linguaggio accessibile, che si legge senza un vocabolario. Una leggerezza continua, trasversale.

Il tuo è un libro coraggioso. Non hai paura ad averlo scritto?
«No. Io sono molto amico dei vostri Carabinieri. Per miei motivi personali. Ho fatto leggere le bozze del libro a tutti i carabinieri con cui ho rapporti. Nessuno di loro mi ha espresso il benché minimo dubbio. Inoltre. Questo libro, per me, è una pietra tombale su quel mondo. Oggi sono felice perché il libro viene letto da tutti».

Mi confessa che all'ultima presentazione ad Ivrea è arrivata una coppia di circa ottant'anni. Educheresti così i tuoi figli, alla maniera siberiana?
«Assolutamente no. Mia moglie è italiana. Come tutte le italiane possiede una intima, grandissima dignità. Sono felice per come sta educando mia figlia. L'educazione siberiana, ormai, è scomparsa».

Si alza, si inchina, e mi autografa la copia del libro. Mi scrive che per me ha eterna gratitudine. Il che fa pensare. Soprattutto all'intima concezione che questo ragazzo così giovane sembra avere delle persone. Una distinzione manichea tra bene e male. Tra amici e nemici. Anche se in quell'eterna gratitudine si avverte davvero un fremito di amicizia estemporanea sensibile come gli alberi sulle rive del Don. Un'amicizia siberiana, appunto. E quindi eterna.

di Alberto Pezzini

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