Concerti Magazine Mercoledì 20 maggio 2009

Jovanotti: 'Lorenzo 1994' è un disco politico

In Anni Novanta: noi c'eravamo, Simone Nocentini ci racconta la storia di un'epoca attraverso la sua musica. Parla della decade che ha chiuso lo scorso millennio, vista con gli occhi di chi era adolescente in quel periodo. Ma non mancano riflessioni più generali sul momento storico.
Buona lettura!

Magazine - Red Ronnie: "Vasco, dicono che Jovanotti ormai è finito…"
Vasco Rossi: “Secondo me, Jovanotti comincia adesso!”
(dialogo avvenuto nei primissimi anni ’90 durante la trasmissione televisiva Vota La Voce)

Comincia proprio da qui il racconto di Lorenzo 1994, quello che io credo essere uno dei dischi più politici degli anni '90. Sì, proprio così: politico, nel senso più etimologico del termine, nella dimensione in cui parla di cose che “riguardano la comunità”.
Disco politico, eppure pubblicato da un ragazzo che fino ad un paio d’anni prima si dedicava agli show televisivi, al merchandising per l’abbigliamento e per le nostre cartelle di scuola, condendo il tutto con una pubblicità della propria vita privata (ricordate la sua storia con la figlia di Celentano, o il suo servizio militare, tipo Gianni Morandi nei musicarelli degli anni ’60?) da reality show ante litteram. Eppure, mentre faceva questo, senza soluzione di continuità, in un processo seppur disarmonico di condivisione di se stesso con il pubblico, diventava altro, cambiando, evolvendo.
Facendo quello che fanno tutti i ragazzi attorno ai vent’anni: crescere.

Crescere, capire, pensare: il disco è politico già dalla copertina, con quell’indice lungo il volto puntato verso l’alto e quegli occhi distratti a cercare idee per accendere il cervello. Mi ricorda Archimede, l’amico inventore di Topolino.
Già, le idee: tutto il disco ne è inondato. Idee, progetti, speranze, riflessioni. Ma anche ritmo, azione, casino. Pensiamo a Penso Positivo: a quell’urlo liberatorio all’inizio, il basso di Saturnino che non ti molla, lo scratch di Prezioso ai piatti. A quel video ambientato in un supermarket in cui si vendono testi sacri vicino ad detersivo “Penso Positivo”, denuncia ambigua ma definitiva del totalitarismo del consumo. E alle parole: Io penso positivo / perché son vivo / perché son vivo […] niente e nessuno al mondo / potrà fermarmi dal ragionare. Accidenti, non lo manda a dire. Io credo che a questo mondo esista solo una grande chiesa / che passa da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa …, e il resto è diventato il leit motiv ecumenico che in quegli anni ha plasmato il background culturale di un’intera generazione.
All’epoca fu lodato anche dall’Osservatore Romano, che di questi tempi non si direbbe.

Ma tutto il disco è così, un’onda di immagini, suoni e parole che riempiva la mia stanza di quindicenne, inondava la testa di parole forti, e te le sbatteva in faccia. Un enorme murales, con la musica a far da sfondo e Jovanotti così, con il pennarello ed il pennello a disegnare e scrivere. Per raccontare tutto e prendere posizione, con schiettezza: dalla quotidianità ai grandi temi assoluti, libertà, uguaglianza, ambiente, il disagio dell’etichettatura giovanile (I Giovani, Viene Sera), la società del consumo (Voglio di +, Dammi Spazio), le stragi del sabato sera (Si Va Via), la violenza politicizzata (Barabba).

Come in quel passaggio dall’adolescente di Gimme Five al ragazzo di Il Futuro del Mondo (Il Futuro del Mondo è diverso dal mio / Io morirò prima o poi / Lungo la strada dell’intolleranza / Andateci Voi, e la chiusura affidata ad un campione della voce di Giovanni XXIII) Jovanotti è da sempre maestro nel trasformare il proprio privato in pubblico, attraverso un processo di condivisione in cui i suoi difetti personali diventano virtù, nel seguire una strada di crescita privata che diventa collettiva.
Lo fa con i brani più intimi, ed è facile ricordare Serenata Rap , Piove o Io Ti Cercherò. Ma vorrei citare anche Mario (di cui ho trovato questo bellissimo montaggio con immagini e radiogiornali d’epoca) con cui Jovanotti rivive il funerale degli agenti della scorta di Moro a cui lo portò il padre a dodici anni, affidando proprio ai pensieri e alle sensazioni non mediate dell’adolescente le proprie riflessioni di adulto.

Mi fa riflettere e un po' sorridere il fatto che Lorenzo 1994, quasi un manifesto politico per la gioventù a crescere nei secondi '90, sia uscito in quell’anno cruciale per la democrazia italiana (scende in campo Berlusconi), con il tempismo che solo le coincidenze della storia riescono ad incastrare. Jovanotti fa tabula rasa delle difficoltà della società italiana negli anni precedenti, e con entusiasmo imburra di buone speranze ed ottimismo questo meraviglioso disco-manifesto, di assoluta politicità nel suo voler saziare la fame assoluta che incupiva da troppo tempo gli stomaci e le menti degli italiani.
Perché, dopo tanto smarrimento, c’era bisogno di qualcosa di nuovo in cui riconoscersi.

Non fu l’unico a capirlo, in quella primavera del 1994 di cambiamenti e nuovi miracoli.
Ma questa, per fortuna, è un’altra Storia.

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