Magazine Mercoledì 13 maggio 2009

Di notte: un racconto di Alberto Pezzini

Di notte, a casa dei tuoi, c'è sempre un momento per pensare. Ti affacci dal balcone e guardi la luna. Ti rendi conto che è da tanto tempo che non lo fai. Esci, senti quanto è materiale la notte ed il suo odore, e guardi le nubi sopra di te. A volte sono tante. Altre volte, il cielo è chiaro. Brilla di notte il cielo.

Vengo qui così sto un po' con mio padre. I vecchi rumori mi fanno stare bene. Anche se ci si esercita a pensare di non averne più bisogno. Io cerco di prepararmi. Ma non so mica se sono capace. Quando vedo il male avvicinarsi, quel male, non mi sento pronto per niente. E mi fa così strano che siano passati gli anni. E che lui non sia come è sempre stato. Cresciamo da figli per morire da genitori. Ma il passaggio intermedio, quando da figli ci trasformiamo soprattutto nel dolore, quello non ce lo spiega nessuno.

È per quello che mi sento andare giù. E cerco nel buio un antidoto al tempo che passa, a quello che brucia le cose. E brucia noi. Corro tutto il giorno, lavoro, telefono, litigo e rido. Faccio l'amore o mangio. Quando dormo è anche un po' per dimenticarmi che un dolore ce l'ho molto vicino. Subito te lo covi quello sbocco di amaro in bocca. I primi giorni sei come su di una barca impazzita. Poi ti ci trastulli in un periodo dove credi abbia rinserrato le fauci. Pensi che dorma. Invece lavora quella massa maledetta. Ed è pronta, ogni giorno, per portarti via tutti gli odori e le carezze dei tuoi ricordi.

È una sensazione orribile sentirsi strappati, un po' per volta. E non avere neanche la forza, a volte, di farti forza. Perché vedi che in tuo padre sta andando via. È l'affetto l'unica vera cura. L'amore che ogni figlio ha il dovere di ricambiare. Un modo amorevole per non farlo sentire da solo. Di notte. Quando la luce si spegnerà.
di Alberto Pezzini

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