Magazine Venerdì 8 maggio 2009

Da Ingegneria al call center hard

Magazine - C'è chi lo vuole fare nel pollaio di fronte alle galline, chi si arrapa immaginando un amplesso nella 500 del nonno, mentre viaggia a tutta velocità in una strada di campagna. A chi piacciono i piedi, a chi le schifezze più comiche. Alzano la cornetta e spendono euri su euri per sentirsele dire. Alcuni sono veramente zozzi, tanto da chiedere alla ragazza - alla santa - che sta all'altro capo del filo, di spedirgli le sue mutande, usate ovviamente.
A raccontare queste fantasie – nel suo romanzo d'esordio Meglio dietro - è Rita Meliis (uno pseudonimo), una ragazza di 30 anni che si è ritrovata scrittrice per caso, dopo un'esperienza di lavoro in un call center erotico.

Rita, laureata in ingegneria, arriva a Roma piena di belle speranze. Pensa di trovare lavoro in un batter d'occhio, e invece si trova ad annaspare tra gli annunci di Porta Portese. Finché non prende la decisione di accettare l'incarico del call center, l'unico disponibile.
Oggi ha trovato l'impiego per cui aveva studiato: è dirigente in una grande azienda. Ma ha deciso non di lasciar scivolare via quel periodo della sua vita. «Inizialmente non volevo farne un libro, ho iniziato a scrivere perché per me era una valvola di sfogo. Non potevo parlare con nessuno di questa cosa, e ancora oggi sono in pochi a saperlo.

Ma la sua epopea inizia ancora prima. «Ho fatto tanti colloqui. Uno peggio dell'altro: tra quelli che scrivono una cosa e poi quando vai lì a parlare ti propongono tutt'altro. Per non parlare di quelli che fanno affari loschi. O chi ti vuole fregare punto e basta: uno mi ha chiesto se poteva intestare a me il telefono. Ma i più frequenti sono per venditori porta a porta».

Pacco dopo pacco, arriva il numero erotico. «All'inizio è stato traumatico. Lo è stato persino rispondere all'annuncio». Rita si ritrova in uno stanzino con altre ragazze e donne, inforca la cuffietta e aspetta la telefonata. Non ha un vero e proprio telefono, non ha uno schermo di computer. Davanti a lei il muro. «Puoi immaginare cosa vuol dire assecondare le richieste nelle prime chiamate. Un ragazzo del Nord Italia, piuttosto giovane, era preoccupato che avessimo i piedi puliti, e voleva sostanzialmente sentirsi direi di no. Nella maggior parte dei casi sono comunque richieste tristi, basse, spregiative della donna».

Chi chiama l'166 e numeri gemelli? «Persone di ogni età, ceto sociale, livello d'istruzione. È un fenomeno assolutamente trasversale. Infatti, per molto tempo ho avuto la paranoia di conoscere di persona qualcuno di quelli che chiamavano. Perché chi frequenta questo servizio non è riconoscibile, può essere chiunque».

E le colleghe? Com'erano? «Non eravamo amiche, ma è chiaro che la condivisione di un'esperienza così ti unisce a chi ti sta a fianco». Ma c'è qualcuna che ci crede? «Mah, non so. Di certo alcune sono cambiate radicalmente. Tipo che sono arrivate che erano depresse, sciatte, demotivate, e dopo un po' hanno scoperto un lato nuovo si se stesse, hanno iniziato a vestirsi in modo vistoso. Una vera trasformazione, insomma».

Dopo aver accettato l'unico lavoro a disposizione, Rita è riuscita a trovare la sua strada in un mondo meno sotterraneo, forse meno squallido ma probabilmente non meno ipocrita. Ecco come scrive nelle primissime righe del suo romanzo:
Adesso ho il mio bel lavoro in ufficio, in una grande azienda, dove tutti fingono di rispettarmi e mi chiamano ingegnere, come nelle classiche scene dei film americani che iniziano sempre in un ufficio dove sono tutti belli, giovani e rampanti. Se l’America è così, mi ci trasferirei. Nel mio ufficio non c’è nessun bel ragazzo. Sono tutti un po' stronzi. Il mio capo non mi vuole bene, come io non ne voglio a lui.
E dire che mi posso considerare fortunata, "con la crisi di lavoro che c’è". Questo è quello che dicono tutti, e hanno anche ragione.

di Daniele Miggino

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