Concerti Magazine Mercoledì 6 maggio 2009

Anni '90: il successo degli 883

Masini chiama 883. Non chiedetemi perché, ma dopo la pubblicazione dell’, nei commenti pubblici e privati (a proposito, è giunta l’ora di dirlo: grazie, per quanti voi siate, del tempo che dedicate a questo spazio, leggendo e criticando) è stato tutto un citare e chiamare a gran voce il gruppo (?) di Max Pezzali.
Forse per opporre pessimismo a divertimento, per quanto, come vedremo, questa contrapposizione possa essere discutibile. Nell’archeologico quaderno rosso che raccoglie le mie suggestioni per questa rubrica, comunque, erano proprio i prossimi in lista: cominciando così.
Solita notte da lupi nel Bronx…

Magazine - Prendete un soggetto qualsiasi, tra i venticinque e i trentacinque anni.
Sarà ingegnere o muratore, avvocato o operaio, metallaro o discotecaro, laureato al conservatorio o pedissequo pifferaro da scuola media; sarà frequentatore di centri sociali o raffinato amante dei più lussuosi lounge bar della riviera.
Ma sia quel che sia, non ce ne sarà uno non che saprà concludere con “…nel locale stan suonando un blues degli Stones”.
Perché, se sei cresciuto negli anni ’90, non puoi non conoscerla. Non a caso sta al secondo posto nella classifica segnalata da findus nell'articolo su Masini (grazie, by the way!) sulle Top songs of the ’90.

Hanno Ucciso l’Uomo Ragno (a proposito, nel decennio delle prime tv musicali italiane, val la pena notare che è diventata un tormentone senza uno straccio di videoclip) è stato uno dei must della nostra adolescenza: mediava perfettamente tra l'infanzia e l’adolescenza, sia dal punto di vista iconografico (la copertina a fumetto, il supereroe) che musicale (le sonorità sintetiche&colorate da sigla TV, i rumori a commento del testo, ricordate “la porta fa slam”?).

E in più, con quel testo in apparenza leggero, respirava l’aria dell’Italia in quegli anni: scopertasi indifesa e privata di quelli che, loro malgrado, erano diventati i suoi eroi. Sono gli anni della morte di Falcone e Borsellino, della strategia terroristica della mafia contro i luoghi d’arte, e quel testo da ragazzini né è una interessante rappresentazione simbolica.
Si parte dalla morte dell’eroe, ucciso da “quelli della mala, forse la pubblicità” (il materialismo consumistico e televisivo che disperde ed annienta il valore morale degli eroi) o perché “avrà fatto qualche sgarro a qualche industria di caffè” (il cartello di Medellin che controllava il mercato della cocaina in Colombia, paese noto anche per la produzione di caffè, e che aveva prodotto decine di omicidi; o più in generale i loschi traffici del capitalismo), e da lì si sviluppa in tutte le strofe.

Infatti “nelle strade c’è il panico ormai”, contro cui nulla possono la polizia (l’ordine costituito) né gli “appelli alla calma in TV” (lo strumento di controllo delle masse, però ormai destate dal sonno della ragione davanti alla fine dell’Uomo Ragno): la morte dell’eroe è anche la caduta dei vecchi riferimenti e paradigmi, che con sé trascinano tutto ciò che fino al momento precedente si dava per scontato.
D’altronde il manifestarsi di uno stato di crisi comporta sempre un peggioramento delle aspettative ed un irrigidimento delle speranze, e la storia recentissima ce lo insegna a chiare lettere.

Se fino a questo punto, però, il testo resta lucidamente ancorato alla dimensione metaforica, senza discostarsene, è nell’ultima strofa che scatta l’aggancio col presente di crisi della società italiana di quel 1992.
Dai “ragionieri in doppio petto […] se non mi vendo, ti venderai tu, per 100 lire o poco più” (vi ricordate il sorriso furbetto di Mario Chiesa, il direttore del Pio Albergo Trivulzio di Milano, dopo il suo arresto a Milano che diede il via alla valanga Tangentopoli?) alla ribalta delle “facce di Vogue” e degli “attori troppo belli […] unici eroi”, con l’apocalisse in una società devota all’immagine ed all’apparenza, corrotta nell’imbonimento mediatico che offusca la morte dell’eroe.

Ora, io lo so che cosa sta passando nelle vostre menti: non è che ti stai facendo un po’ troppo prendere la mano in questo gioco di riletture della musica del anni ’90? Stiamo parlando degli 883, emanazione di Claudio Cecchetto, con il desaparecido che ballava in quella maniera senza senso? Sarebbero loro i testimoni narranti delle turbolenze italiche a cavallo tra prima e seconda repubblica, tangentopoli e società del consumo e dell’apparenza?
E il prossimo cosa sarà? La sicilianità fatta pathos di Mango racconta la crisi di Sigonella?

Questa lettura non è (solo) farina del mio sacco. Su google, spulciando un po’, se ne trovano di simili, e la trovo quasi inevitabile. In fondo, se si hanno i catalizzatori per cogliere gli odori di un’epoca, questo può prescindere dalla qualità (tecnica o compositiva) della musica che si suona per raccontarli. In più, andando a riascoltare tutto il disco (potete farlo anche voi: ce l’avete di sicuro, a casa, la cassetta duplicata!) ci sono altri interessanti spunti di racconto: l’eterna provincia di Jolly Blu e Con Un Deca (forse si potrebbe raccontare tutta la musica italiana – non solo quella dei ’90 – come il continuo fuggire da un pur piccola ma fermentante città verso LA capitale, sia essa Milano o Roma) e soprattutto la pungente rappresentazione dei prototipi giovanili che cresceranno nei ’90, affidata a Te La Tiri e 6/1/Sfigato.

Beccateveli così come sono: la prima è una velina ancora da sbozzolare, costretta nella propria immagine (“tu vuoi fare la fotomodella / di quelle di Vogue tu ti credi più bella”, ve lo ricordate quello spot di qualche anno dopo, in cui una bambina scherniva la sorella più grande con “fa la dieta, vuole fare la modella?”, ecco, appunto) e dalle limitate prospettive intellettuali “perché impegnandoti al massimo riesci / a dire se toro sta bene coi pesci”.

Lui, invece, lo sfigato, è tiratissima tappezzeria da discoteca, asservito al gossip “Quando parli tu sembra che sai più / cose strane di novella 2000 / del jet-set sai tutto quello che tira”, e si merita l’appellativo perché “hai comprato pure il cellulare” (c’è una sottile linea d’ombra negli anni ’90 oltre la quale tutti quelli che disprezzavano il cellulare l’hanno comprato) “ed invece tu che cosa sei uno qualsiasi come noi”. C’è persino spazio per la più bruciante attualità, quando lo riprende perchè “fingi di essere come Berlusconi / pieno di ragazze e di milioni”.
E qui, passo e chiudo.

Insomma, il destino degli 883 negli anni a venire, tra scissioni, dure leggi del goal e rime zoppicanti, lo conosciamo tutti. Però, all’epoca, erano sul pezzo, forse senza nemmeno saperlo.
E più per sorriderne che per piangerne (ricordate Masini?), sollevarono senza volerlo davanti al volto degli adolescenti italiani lo specchio per riflettere (su) ciò che erano o rischiavano di diventare.

Potrebbe interessarti anche: , Vincenzo Spera: «Serve un programma europeo della musica dal vivo» , Don Ciotti, Bollani e Renzo Piano, esempi per il futuro del Belpaese , Sanremo 2018: Leonardo Monteiro con Bianca. Testo e pagella , Festival di Sanremo 2018, i 20 Big in gara e le Nuove proposte , Umberto Tozzi, 40 anni che Ti Amo Live e il tour

Oggi al cinema

Hannah Arendt Di Margarethe Von Trotta Drammatico Germania, Lussemburgo, Francia, 2012 Scappata dagli orrori della Germania nazista, la filosofa ebreo-tedesca Hannah Arendt nel 1940 trova rifugio insieme al marito e alla madre negli Stati Uniti, grazie all'aiuto del giornalista americano Varian Fry. Qui, dopo aver lavorato come tutor universitario... Guarda la scheda del film