Magazine Martedì 5 maggio 2009

L'oro di Germania, di Enrico Martinet

Magazine - La collana Sulle Montagne è nata per palati per cui la montagna è un nascere e morire (ci scrivono Vittorio Foa e Luciano Violante). E bisogna svegliarsi e suonare la campana per L’oro di Germania di Enrico Martinet (Le Chateau, 2006, 46 pp, 10 Eu).
Poche pagine, secche come foglie in strada. Traumatiche, commoventi. Martinet ha un orecchio speciale per il silenzio. Traccia il ritratto di un bambino insieme ad un uomo di mente debole, come si diceva nei vecchi trattati di psichiatria. Un fanciullo a cui un dramma di accetta ha spezzato la sua età più esposta. Quella che abbiamo avuto tutti. Salvo alcuni. E resta un raggio di sole a riscaldare una vita persa, senza sogni. Questo bambino, Germania, non possiede nulla di suo. Soltanto un oggetto, più di un tesoro.

Martinet traccia un ritratto dotato di una forza di penetrazione psicologica senza termini. Ne vengono incise pagine che piangono, e che fanno piangere. Sensibili, in continuo movimento, terribili per come riescono ad incidere su carta la realtà di un disabile. La parola che non si vuole mai dire. Un vocabolo che è il contrario di abile, un termine positivo. Eppure questo Germania possiede dentro di sé una ricchezza enorme, come un campo sterminato dove la lavanda si rialza dopo un uragano. Non ha niente ed allunga le braccia soltanto quando gli altri gli porgono qualcosa. Non vuole farsi fotografare, però. Sente male quando qualcuno ci prova e vuole rinchiudere la sua anima dentro un’immagine fissa. Sente andare via l’unica cosa che ha, l’anima.

Parla anche di Dio, Germania. Fa sorridere perché sa più un semplice di mente che non un matematico impertinente. La sua è una vita al limite. Sta sempre con gli occhi inchiodati al cielo. Perché vi cerca il mare. Il desiderio di Germania era il mare. Pensate un po’. Quale strana alchimia emotiva deve avere lasciato dentro a questo bambino quello sfregio da montagna oscura. Martinet in poche parole, di quello sgarbo assassino, lascia una traccia torbida, nera come certi incesti violenti.
Il mare invece è una luce che sta sopra le montagne, quasi. Non possiede aree emotive di confine. È tutto un fascio di correnti sotterranee, un non luogo dove il mondo comincia e finisce. Non sembra avere i confini segnati delle montagne.

Martinet ci ha regalato un libro che non si può non leggere. Terribile da metabolizzare, è il vero capolavoro di sensibilità di un giornalista che usa le parole per vivere. Per soffrire, però, come in questo libro, le parole dicono più di loro stesse. Indimenticabile.

di Alberto Pezzini

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