Magazine Venerdì 24 aprile 2009

Liberazione: il racconto di Augusto Gughi Vegezzi

Magazine - Erano gli ultimi giorni di aprile. Giorni convulsi di attese, ansie, pericoli, speranze. Le notizie arrivavano per radio e per passaparola.
La Linea Gotica, grosso modo il fronte da Rimini a Viareggio, era crollata. Le armate tedesche erano in fuga verso Nord, verso la Germania. I fascisti facevano proclami infuocati di lotta fino alla fine. Radio Londra annunciava il progresso delle armate americane e inglesi verso il Po. E lanciava infiniti messaggi buffi, in codice, tipo: La volpe rossa mangi l’uva, anche se acerba. Il falco reale dispieghi le ali sul lago azzurro. Topino divori il gatto subito. In famiglia, con una tensione esasperata, si ascoltava senza sorridere. La minaccia dell'orrore bellico incombeva, tragico. Soprattutto durante la notte un rombo sordo e continuo giungeva da levante, dalla Via Emilia. Una fila continua di automezzi tedeschi risalivano verso Nord, forse verso la Svizzera. Le ultime notizie, infine, parlavano di prime avanguardie alleate, precisamente brasiliane a Fiorenzuola. Gli adulti, saccenti, ridevano. Che sciocchezze. I brasiliani… ballano a Copacabana. E’ l’Ovra, l’intelligence fascista, che vuole creare confusione. Sono ancora i tedeschi, le retrovie, magari i nostri amici mongoli.

René era scettico. In famiglia erano terrorizzati. Ripetevano antichi racconti di eserciti stranieri - Annibale, i lanzichenecchi, gli spagnoli, Napoleone, i russi - che avevano disseminato devastazioni, saccheggi, violenze, soprattutto violenze alle donne. Raccomandavano di stare uniti, in casa, soprattutto le donne. Anzi le ragazze furono relegate con materassi e coperte in una stanza quasi inaccessibile, dietro la serra, ancora piena di limoni.
I grandi avevano perduto ogni alterigia e superiorità: erano pallidi, spaventati, incerti. Ciascuno si rintanava in sé e nella sua casa. Erano stati alla finestra per anni. Ora anche la finestra era pericolosa.
René non si sentiva coinvolto da questo clima di terrore. Anzi il suo sconcerto verso gli adulti lo induceva a sentimenti di ira e disprezzo. La fine della dominazione nazi-fascista era imminente. La libertà era a portata di mano. Di azione. Di combattimento. Ore di lotta finale, di gloria, di felicità. La vittoria. La pace.
Invece i grandi tremavano, si nascondevano, mugugnavano, addirittura, che sarebbe stato folle dopo tanti sacrifici rischiare, perdere i propri beni, magari morire negli ultimi giorni. Il loro amico Sandrino aveva agito in modo diverso. Povero Sandrino. Si era battuto contro i nazi-fascisti ed era stato fucilato.

Appena poteva René sgusciava fuori casa, inforcava la bicicletta e gironzolava qua e là per vedere, informarsi, capire.
Il 28 aprile 1945 il sole era radioso in un cielo limpido. Il ragazzo e l’amico Giulio, figlio del maringòn, decisero di andare a vedere i brasiliani. Dopo alcuni chilometri incontrarono lunghe file di partigiani a piedi che marciavano in fila indiana verso Piacenza per liberarla. Argentei aerei americani in cacca di prede rombavano nell'azzurro e spesso si abbassavano a volo radente. I due ragazzi esitavano, incerti se proseguire, quando un giovane con un brem, accasciato a terra, li chiamò.
Sono il partigiano Mandrache, disse, e ho preso una storta. Datemi un tiro verso la città, per favore. Voglio esserci anch’io a spazzare via i nazi e i fasci.
I due ragazzi, pur spiazzati dallo strambo nome, esultarono all’idea e acconsentirono. A turno uno portava il partigiano, l’altro il brem e le munizioni.
Fu una fatica tremenda. Ma c’era un entusiasmo nell’aria che li contagiò. Ogni tanto qualcuno intonava un canto e i due ragazzi si univano al coro. Bandiera rossa… Su compagni, su fratelli… È il lutto partigiano… Fratelli d’Italia… Alons s’enfant… Perfino Lilì Marlén, grande canzone della nostalgia di tutti i soldati della II Guerra Mondiale.

Giunti a una cascina tutti si fermavano per bere. I contadini allegramente tiravano su dal pozzo acqua freschissima che i partigiani sorseggiavano direttamente dai secchi, che poi si passavano felici. Sembrava una scampagnata, una festa. Mandrache raccontò di essere un universitario, Storia e Filosofia, da sempre antifascista. Lamentava dolorosi formicolii, ma non demordeva. Ogni tanto una sosta per riposare. Poi riprendevano la strada con altri partigiani che arrivavano, anch’essi allegri, entusiasti. Non era una marcia verso il combattimento, forse la morte. Era una festa, un carnevale: uniformi diverse, variopinte, arlecchinesche, capelli lunghi, visi barbuti, armi le più diverse, anche fucili da caccia e perfino archibugi. Nomi pazzeschi: Selvaggio, Tobruch, Sandokan, Yanez, Leopardo, Sfigato, Vendetta, Sansone, Ciula, Pulcino…

E canti. E risate. E scherzi. Soprattutto su Mandrache, che suscitava frizzi, lazzi e risate: 'Fa la magia, su'. 'Mago, hai trovato qui due schiavetti, veh'. 'Il tuo negro è scappato?' 'Ehi, compagno, hai finto la storta e fai l’eroe bici-trasportato'. 'Comodo, veh, lo sfruttatore'.
Ad un tratto si udirono automobili in arrivo. La strada faceva una grande curva e René vide da lontano una jeep carica di armati, seguita da una Isotta Franchini, decappottabile. Come passava, cadeva un cupo silenzio; la lunga e caotica fila di partigiani sembrava smorzare, poi spegnere i canti e gli scherzi e assumere un più militare ritmo di marcia. René ebbe un attimo di smarrimento vedendo, assiepati sulla prima auto, sei mongoli armati di farfalloni. Mandrache lo tranquillizzò: Sono compagni, disertori. Fanno parte della guardia del corpo del nuovo comandante. E poi sibilò, sarcastico: Quello là, il Salami. Al posto del grande Canzi! Circondato da altri mongoli, il Salami non pareva molto popolare. Al suo passaggio l’atmosfera di festa svaniva, sostituita da un senso di rigidità, di gelo, quasi di paura. Il potere, anche quello democratico e liberatorio, il ragazzo pensò ricordando Machiavelli e Foscolo, gronda sempre di lacrime e sangue.

Subito dopo tornò l’atmosfera festosa e alla fine arrivarono in vista delle mura antiche della città. Con meraviglia incontrarono i primi americani, dopo la Galleana. Due bianchi e un negro con divise verdoline, accoccolati con una mitragliatrice pesante in una postazione di sacchi di sabbia. Si fermarono a salutarli. René parlava inglese: Hello, boys. Welcome. Thank you, americans. Thanks to Roosevelt. Quelli ridevano, divertiti. Poi, in uno stento italiano: Grazie. Siamo sì americani, noi, ma assolutamente non yankees. Siamo brasileros.
Renè trasecolò: Allora era vero. Brasiliani. E tutti i soloni della famiglia e del paese, i politicanti che cianciavano tra loro di Badoglio, Cln, Churchill e Roosevelt, nemmeno sapevano che tra gli Alleati c’erano anche i brasileros.
Ripresero la strada verso le mura. Ad un tratto raffiche di mitra squarciarono il silenzio, altre di sten, di pistola, fragori di bombe a mano dai campi sotto le mura. La festa era finita. Tutti correvano verso il luogo dello scontro.

Arrancando stremati sui pedali, rimasero indietro, soli nella strada vuota. A una svolta Mandrache volle scendere e, brandita l’arma, si avviò: Grazie, compagni. Adesso qui non è posto per voi. Comunque vi nomino partigiani. Chiedete di me al Comando, quando sarà costituito, e vi presenterò io.
Ad un tratto comparve un ciclista che veloce si avvicinava dalla città. Basco anonimo, occhiali scuri, vestiti scompagnati, una machine pistole alla bandoliera, viso indecifrabile sotto la folta barba bionda, sfrecciava sicuro verso la campagna.
Mandrache gli urlò, invano: Ehi, partigiano, sbagli direzione. I fasci sono dalla parte opposta.’
Quello, impassibile, li oltrepassò senza salutarli. Renè colse, come un lampo, candidi denti prognanti... un sorriso inconfondibile… non ignoto… anzi ben noto… Rimase sbalordito e incerto. Poi gridò: ‘Orlando, Orlando, fermati, sono io
.
Quello di colpo frenò, si volse, lo fulminò con una glaciale occhiata. Poi lentamente impugnò la mitraglietta. René fu preso daI panico. In un baleno gli passò nella mente una sequenza di ricordi: la lontana infanzia, quando erano come gemelli siamesi e li chiamavano Ren-Ando; la lunga emulazione e competizione tra amici fedelissimi; la gara di apnea in piscina: dopo tre minuti dovettero strapparli dall'acqua; infine le divergenze, i contrasti e la rottura: lui sempre più sicuro di attenersi al principio: Fa quel che devi: Orlando esaltato nel forzare invece quello opposto: Fa quel che vuoi.

Forse fu un baleno, ma al ragazzo costò un infinito strazio.
Il ritmo cadenzato di una raffica squarciò il silenzio e subito s’impastò con quello ronzante di un’altra …
Nel vuoto agghiacciante che seguì tre corpi giacevano sull’asfalto della strada vuota.
Mandrache, puntando il brem fumante, si avvicinò cautamente allo sconosciuto, riverso nella polvere, mentre fiotti di sangue gli sgorgavano dal petto… Morto stecchito…, gridò. Poi si volse per soccorrere i due ragazzi, che, fortunatamente, erano solo crollati a terra, sopraffatti dal panico.
Un partigiano oggi non fugge… Lo tenevo sotto tiro… Quando ho visto che puntava l’arma, ho sparato. La sua raffica si è perduta nel cielo, inseguendo le rondini che volteggiavano garrule.
Sì. Lo conosco... lo conoscevo. Orlando
. Interloquì René, straziato e sgomento: Il mio amico del cuore... Sempre insieme, sempre uniti... e in gara. Quasi un fratello. Di più. Un altro me stesso. Il mio sosia... Legati più di una coppia. Ci chiamavano Ren-Ando... Le lacerazioni della guerra in-civile ci hanno divisi... poi contrapposti. La catastrofe feroce che ha spaccato l’Italia ci ha catapultati su fronti antitetici... Due avversari, credevo, per scelte ineluttabili e leali, non due nemici. Non riesco ad accettarlo... Io non avrei assolutamente potuto. Lui, alla fine, mi ha sparato, voleva ammazzarmi! La frenesia dell’oltre! Ha sempre voluto andare oltre ogni limite. Non mi meraviglia che la sua ultima raffica si sia diretta verso il sole, forse al là, come se un al di là esistesse.

Ragazzi, ora tornate di corsa a casa. Non è giunta per voi l’ora del combattimento, di varcare la linea d’ombra della maturità. Su, a casa.
Zoppicando, il partigiano si avviò verso il centro, dove s’incrociavano sparatorie furiose. Era cominciato l’ultimo atto per espugnare la città, le scaramucce con le retroguardie e infine la caccia ai cecchini, fascisti rintanati sui tetti, intenti ad ammazzare a tradimento partigiani e civili che, entusiasti e festanti, gremivano le strade festeggiando la libertà.
René e Giulio, emozionati e felici, decisero di tornare a casa per raccontare a tutti quei pusillanimi la loro avventura. Mentre arrancavano sull’ultima salita, René si lasciò sfuggire il pensiero che turbinava nella sua testa: In realtà io sono da tempo un partigiano. Come Mandrache.
Sempre bluffatore e baro, veh, René? ghignò Giulio.
Piccato, il ragazzo replicò: Io ho partecipato a una lotta mortale con un tedesco e a un blitz contro la Banda Carità.
Sicuro. E io ho giustiziato il duce.
Stupido. Ebbene, l’ho fatto con il partigiano Alfa.
Bluff smascherato. Il povero Alfa non può testimoniare: è caduto cinque giorni fa’.

La notizia sconvolse René. Gli venne da piangere. La festa era appena cominciata e già cupe ombre la insidiavano. Alfa morto. A che prezzo si vive, a che prezzo si vince. L’entusiasmo si offuscò di colpo. In silenzio continuano a pedalare verso casa.
Giulio ripeté sconsolato: L’é vitta, veh. L’é vitta.
René reagì con forza: No. Questa è la saggezza disperata dei contadini, maturata da una rassegnazione secolare a un destino di oppressioni, fatiche e pene. No. La vita è libertà e creazione, se lo vogliamo. Oggi è un giorno di luce abbagliante, nonostante le ombre. Pur a costi terribili, ora e in futuro possiamo reagire e costruire il nostro destino e la nostra libertà.

di Augusto Gughi Vegezzi

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