Viaggi Magazine Martedì 14 aprile 2009

Viaggio in Eritrea

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Leggi anche la seconda e la terza parte del reportage di Laura Guglielmi dal Mar Rosso

Magazine - Sono passati due anni, erano le vacanze di Pasqua del 2007. Nilla, un’amica architetta, mi coinvolge in un viaggio in Eritrea con altre sette persone, i suoi amici di sempre. Io conosco solo il suo compagno, Guido. La meta: l’arcipelago corallino delle Isole Dalak, nel mar Rosso: «Sei matta – mi aveva detto un amico psichiatra poco prima di partire - ho avuto in cura una persona che è stata rapita dai pirati proprio alle Dalak, era traumatizzata: cosa ci vai a fare?».
Ebbene l’Eritrea è nel mar Rosso, giù giù, vicino al Golfo di Aden, a qualche centinaio di miglia, da dove hanno appena rapito i dieci italiani a bordo della Buccaneer. Un altro rapito, il capitano americano Richard Phillips, invece è stato liberato, e per salvarlo sono stati uccisi tre pirati: il loro capo ha promesso vendetta e c’è da credergli.

«Non c’è quasi turismo, le isole sono selvagge e disabitate, saremmo soli quasi per tutto il viaggio», mi dice Nilla per convincermi. Ci credo, penso io, tra i pirati che infestano il Golfo di Aden e la recente guerra d’indipendenza con l’Etiopia, le ferite ancora aperte e le turbolenze mai assopite ai confini - proprio in questi giorni alcuni inglesi sono ostaggio di un gruppo di guerriglieri - chi vuoi che ci vada? «Le isole dove andiamo noi non sono a rischio, dai vieni anche tu», insiste Nilla.
Sono una persona ansiosa, ma un’occasione così non voglio farmela scappare. Il desiderio di esplorare e sperimentare è più forte della paura, altrimenti non avrei preferito la comunicazione sul web a quella sulla carta stampata, ben otto anni fa. Conoscere l’ex colonia italiana, le sue architetture degli anni Trenta, la mite gente eritrea, mettere il naso in un posto dove non c’è nessun turista: tutti ingredienti che fanno di un viaggio una vera esperienza conoscitiva. Ora frugo negli appunti di viaggio.


1 aprile 2007
Un vero primo aprile pieno di scherzi. Tutta la notte senza dormire, 48 ore di veglia. Siamo atterrati alle quattro del mattino. Asmara ci ha salutato con le sue strade piene di gente già a quell’ora, decine di donne e bambini seduti davanti ai negozi, in attesa della razione di pane quotidiano. Sono belli, fieri, ben vestiti, colorati, non soffrono la fame. È domenica mattina, alla stessa ora in Italia i ragazzi tornano dalle discoteche.
18 panini, fragranti, costano un euro. Sono identici a quelli italiani, un ricordo della colonizzazione. Lo stipendio mensile è di venti euro. Qui la vita vale poco, anche se per chi la vive vale come la nostra, o almeno spero.
Alle sei i megafoni diffondono preghiere. È il muezzin? «No – ci spiega Solomon, la nostra guida – sull’altipiano di Asmara sono quasi tutti cristiani, copti, la maggioranza in Eritrea». Mentre sulla costa, giù a Massawa, dove andremo per imbarcarci sul vecchio Sambuco alla volta delle isole Dalak (e dei pirati – penso io preoccupata) sono in maggioranza musulmani, che ora stanno meglio perché sono supportati dai Paesi Arabi. È un Paese in ostaggio degli equilibri internazionali, con i cinesi che bussano alla porta.
Non abbiamo dormito, ma è ora di colazione, ci raggiunge un frate francescano, amico di Lorenzo, un dirigente di MTV che sta viaggiando con noi insieme alla sua compagna messicana. Una vera colazione all’eritrea: caffè e nejera – una specie di piadina - con salsa di ceci. Il frate racconta del recente conflitto contro l’Etiopia: «Sì che allora c’erano tanti soldi, la guerra è un meccanismo micidiale, un business che fa girare i dollari ovunque».

Per scendere dall’altopiano di Asmara e arrivare sulla costa prendiamo una littorina con la locomotiva a trazione elettrica, costruita dall’Ansaldo nel 1938, anche la strada ferrata è stata progettata dagli italiani. Due ragazze con la tuta da meccanico salgono a bordo. Cominciamo a scendere tra curve tortuose a dirupo sulla roccia friabile. All’uscita da una galleria, incontriamo sui binari un bambino con delle fascine in mano, e poco dopo, un uomo con le sue capre, che scappano all’urlo della tromba suonata dal macchinista. Se usano i binari come sentiero, vuol dire che questo treno non passa quasi mai, e infatti scopro che viene messo in movimento solo per i turisti, ben pochi da queste parti. Il macchinista è in pensione, ed è stato richiamato in servizio per portare a spasso quelli come noi: ha 83 anni. Non c’è nessun altro in grado di guidare questa littorina in tutto il Paese, un treno che viaggia sull’unica strada ferrata eritrea, che un tempo collegava Asmara con Massawa. Arriveremo in fondo a questo viaggio?
Più in basso, pendii coltivati a fichi d’India, che crescono sulle terrazze costruite dagli italiani per far sedimentare l’acqua. Il paesaggio è arido e asciutto. Il treno si ferma in un villaggio, centinaia di bambini, donne che si coprono il volto. Mi chiedono di far loro una foto e poi mi fanno le corna, sanno cosa vuol dire, anche questo è un lontano ricordo della colonizzazione. Si prosegue, villaggi scavati nella montagna, donne e bambine che arrancano per le salite con contenitori d’acqua legati sulla schiena. Tutti ci salutano al nostro passaggio.

Arrivati a Massawa, Solomon ci dice che il nostro albergo è stato requisito dal presidente della Repubblica per un summit. Panico: sta per scoppiare qualche casino? Altrimenti il summit sarebbe stato programmato e ci avrebbero detto che non c’erano stanze in albergo. Si troverà un altro posto? Panico ancora: sono due giorni che non dormiamo, un’altra notte senza un letto, resisteremo? Poi ci dobbiamo imbarcare per le Dalak e dormiremo in tenda sulle isole, l’ultima occasione per un materasso. Magari lì nell’arcipelago non dormirò per la paura dei pirati - penso io -, ma non chiedo agli altri se hanno lo stesso dubbio. Vabbe’ affrontiamo anche questa emergenza.


Prosegue

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