Magazine Lunedì 6 aprile 2009

L'eterna lotta fra immaginazione e realtà

Magazine - C'è un articolo di Alessandro Piperno su L’Espresso di questa settimana. Bello perché sta un poco in posa e vuole a tutti i costi apparire originale. Parla della realtà, della spinta che lo scrittore di oggi deve darsi verso la vita per scrivere qualcosa di decente. Spezza quindi una lancia a favore dell'immaginazione e della poesia. Per dirci che - ad esempio Kafka ne La metamorfosi - non ci avrebbe potuto regalare un'opera simile senza la poesia. Che è una causa persa. La chiusa dell'articolo è evocativa. L'argomento, l'eterna lotta tra la realtà e la poesia, è un po' quello che è.

Ci sono tanti scrittori che sanno parlare soltanto di realtà. In questo siamo portati ad immaginare - per conseguenza - che tradiscano la mancanza di un'anima sincera dentro ciò che scrivono. Siamo portati a fare un'opera istintiva di razionalizzazione emotiva dei loro risultati. Se si ispirano alla realtà, la loro opera non avrà uno slancio vitale, ma soltanto una forza tipicamente terrena. Siamo portati a ritenere che abbiano una forza creativa dimidiata. Troppo legata alla terra e a certe radici prive di smalto emotivo. Troppo fedeli. Troppo prosaici. Sono camosci senza salita.
Chi, invece, fa un uso copioso dell'immaginazione, o almeno le si affida per la gran parte, pensiamo subito abbia una marcia in più. Quantomeno sotto l'aspetto della forza ed anche della possibilità di infrangere certi schemi troppo stretti. L'immaginazione al potere. Un vecchio slogan che oggi sembra essersi risvegliato. Obama, per esempio, sta lanciando l'idea di un mondo dove i giovani prendano il mondo dentro la loro generazione. Obama sembra l'incarnazione diretta della poesia, dell'immaginazione. Che, però, deve fare i conti con la realtà.

Non credo - come Piperno - che esista davvero questo divario netto tra poesia e realtà. Né che gli scrittori debbano per forza intingere la loro penna dentro il sangue sull'asfalto, o nelle violenze sessuali. Per apparire cool, oppure semplicemente interessanti. Penso che debbano stare a ridosso della fantasia avendo davanti il palco della realtà. Non credo che esistano scrittori devoti ciecamente della realtà. Né scrittori che servano solo la poesia. Si tratta di due facce della medaglia. Un libro onusto di fantasia come Il barone rampante di Calvino gli sarebbe mai sgorgato da dentro se lo scrittore di Sanremo non avesse conosciuto una certa realtà topografica? Quella ligure, dove in alcune foreste di ulivi, castagni e querce, ti sembra di vivere in un mondo indicibile, appeso ad un filo sottile deputato a tenere lontani tra loro mare e terra. Né, sono convinto, Le città invisibili - che Pasolini amò fino allo spasimo - sarebbero mai emerse dalla fantasia pura di Calvino, se non avesse voluto fuggire in qualche modo una incipiente speculazione edilizia che stava cominciando a divorare la sua Liguria.

La poesia come vascello per scappare dalla realtà, a volte
. Anche questo è un comodo discessus ormai logoro, strausato. La poesia non va usata come antidoto, ma semmai come farmaco preventivo. Anzi, va usata come una medicina omeopatica. Ne prendi tot al dì e riesci in qualche modo ad abbassare il colesterolo cattivo.
Nelle lettere di Attraverso il velo, Tolkien ci regala un mondo divorato a brani dalla guerra. Ma sempre deificato e glorificato da una speranza in più, quella della immaginazione. Che non sta dietro alla realtà, ma cerca di compenetrarla, di farsene parte tutta.

È il discorso per cui la poesia diventa attività di formazione creativa. La parola crea la realtà. Il chè - se ci si pensa - è strano. Sembra un concetto irrealizzabile, anzi puramente immaginario. Come fa una parola a creare un oggetto, una cosa concreta, un vaso oppure una bottiglia ed a farcela vedere rosso, giallo, con i fiori?
È un meccanismo diretto, eppure, e basti pensare alla parola che esiste in quanto collegata ad un oggetto. Se la parola non ci fosse - con quel significante preciso - non ci sarebbe neanche l'oggetto, il significato corrispondente.
Così è la poesia, e la forza trascinante della fantasia e delle parole. Queste ultime sono quanto di più assomigliante ad un vascello per volare in cielo, oppure agli stivali delle sette leghe. Se penso che Guareschi usava duecento parole e ha creato la saga di Don Camillo e Peppone - che è quanto di più terragno e legato alla vita reale - sorrido. Che forse la poesia, quella più aerea ed in istato di purezza, manca alle sue pagine? Non credo.

Ecco perché le cesure, le distinzioni a serramanico mi fanno una paura tremenda. Le categorie stanno bene dentro i trattati e dentro i dizionari. Non vanno bene per la realtà.
Quante volte abbiamo sentito quell'espressione comune per cui la realtà supera la fantasia. L'una non è ancella dell'altra. Sono due facce. Ma ognuna ha bisogno dell'altra.La poesia non è una causa persa. È semmai una causa dove il soggetto - la poesia - ha tutto da perdere a mettersi in gioco soltanto da sola. Perché è innocente.

di Alberto Pezzini

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