Concerti Magazine Venerdì 3 aprile 2009

L'intervista a Roberto Sironi

Un piccolo Conte scoperto a Parigi. Così titolava un articolo di Gianni Mura su La Repubblica il 22 maggio 1997. Il grande giornalista milanese parlava di un suo concittadino praticamente sconosciuto in Italia, che però spopolava in Francia. Sono passati quasi dodici anni e la notizia è sempre la stessa. Roberto Sironi ha dedicato una vita alla musica: a vent’anni è andato a cercar fortuna all'estero ed è stato premiato. Ma nel suo paese continua ad incontrare più ostacoli che porte aperte. Lui, chitarrista, è seguito dal figlio pianista e da una band di sette, a volte otto elementi. Oggi è anche regista e pittore. Ha suonato con Ennio Morricone, ha riempito le sale di mezza Europa, con quasi 800 concerti tra Francia, Belgio, Austria, Svizzera, Inghilterra, Germania. Eppure il tema della fuga forzata gli è rimasto dentro. Persino la trama nella sua opera prima cinematografica - Film di notte, presentato a Cannes nel 2008 – ne è intrisa. La sinossi in estrema sintesi é: un gruppo di attori italiani decide di tentare la fortuna in Francia.

Voce roca, un mix di swing e jazz, un Buscaglione non mascalzone, un Paolo Conte «ma più marsigliese, mentre lui è parigino», dice l'interessato, e prosegue: «gli devo molto, anche questa somiglianza mi ha dato non pochi problemi, in Italia». Tra gli altri riferimenti Lilli Greco - «che ha scoperto Conte, convincendolo a cantare oltre che scrivere canzoni» - Django Reinhardt, Armstrong, Josephine Baker.
Lo chiamano anche il Gentilhomme italien: «perché una volta, in occasione di una serata organizzata particolarmente male, la mia band ed io ci siamo trovati sul palco con una sola persona in platea. Il proprietario non voleva che suonassimo, invece io sì. Abbiamo fatto il concerto per questa signora, che poi ci ha comprato non so quanti cd. La voce deve essere arrivata a un giornalista…».

Cosa è cambiato in questi dodici anni? «È cambiato tanto. Sono cambiato io nel mio mestiere, perché in Francia si imparano milioni di cose. È l’Italia che non cambia, una questione di mentalità». Roberto l’ha capito molto presto. Nel 1991 suonò al Premio Tenco, in scaletta era tra Branduardi e Fabrizio De André. È partito subito dopo: «all’inizio è stata molto dura. Ritrovarsi a suonare su piccolissimi palchi, affidare la propria riuscita al passaparola. Insomma, ricominciare da zero». E se fosse rimasto qui? «Probabilmente avrei smesso di suonare – dice – certo, oggi c’è più apertura che negli anni Novanta, quando fare conoscere le proprie canzoni era veramente un’impresa. Internet in questo aiuta molto».

Quindi hai conosciuto De André. «Al Tenco nel ’91 ci siamo incrociati alla toilette come spesso succede in queste occasioni. Una persona schiva, riservata, taciturna, distaccata. Il suo genere è diverso dal mio, senza dubbio ha lasciato un’impronta. Sono d’accordo con lui quando diceva che noi non siamo poeti ma facciamo un lavoro poetico». Cos’altro senti che ti unisce a lui? «Io penso che la poesia è l’arte di sognare, la canzone è l’arte di vivere. De André, come Ciampi, Tenco, Bindi, hanno vissuto, hanno preso la vita per la corna. Oggi sono popolari nel vero senso del termine».
Hai seguito le celebrazioni per il decennale della sua scomparsa? «Nel ricordare De André bisogna ricordare quello che era allora, non quello che è oggi. Il circo che è stato creato intorno a questa ricorrenza non so se gli piacerebbe. In Francia, per esempio, Brassens è diventato cultura, non circo».

Al cinema e alla pittura Sironi è arrivato un po’ portato dagli eventi, un po’ dall’indole che accompagna gli artisti a tutto tondo. «Il film è nato come una piccolissima produzione. Anche quello se non fossi stato in Francia non avrei mai potuto farlo. E ora a Cannes aspettano addirittura il secondo capitolo. Ma non so se si farà. La pittura è entrata nella mia vita 4 anni fa, quando sono tornato a Milano per accudire mia madre, che era molto malata. Da passione e passatempo è diventata un mestiere. È una cosa molto fisica, e mi aiuta a riflettere».
Dalla tua esperienza hai capito come vengono considerati gli italiani negli altri paesi? «La maggioranza degli italiani che girano il mondo è lontana dai soliti stereotipi. Siamo ancora ritenuti un popolo geniale, forse un po’ rumoroso, anarchico, ma geniale».
Peccato che alcuni non riescano a farlo sapere a casa propria.

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