Magazine Sabato 4 aprile 2009

Cacciatori di anime

© Alessandra Meniconzi

Massimo Maggiari (Genova, 1960) insegna Lingua e Letteratura Italiana all'Università di Charleston, in South Carolina. Lì organizza anche un Festival di poesia italiana. Ha pubblicato raccolte di versi, scritto saggi e recensioni su diverse riviste di italianistica, ha tradotto poeti egiziani e di lingua ugro-finnica.
Nel 2008 ha pubblicato il libro , nato da una serie di viaggi compiuti intorno al Circolo Polare Artico, dall'Islanda all'Alaska attraverso la Groenlandia e il Canada artico di Nunavut. mentelocale.it ha già pubblicato un altro racconto di Maggiari, , una continuazione virtuale del libro.

La foto qui sopra è della fotografa svizzera Alessandra Meniconzi (per ammirare altri suoi scatti date un'occhiata ai siti www.alessandrameniconzi.com e homepage.mac.com/alex.photo).

Magazine - «Tuo padre sta passando oltre…», disse l'uomo della medicina abbassando il tono della voce.
«Non gli è rimasto molto da vivere» È vellutata quella sua frase, piena di affettuosa compassione. E non mi sorprende. Questo signore così riservato adorava mio padre. Lo ammirava per essere tornato dalle terre degli antenati ben due volte. In extremis. Quel suo cuore non aveva ceduto, e non voleva cedere ancora. Ma la notizia apostrofata non era novità per noi. Da tempo la bufera infuriava dentro e fuori di quel rifugio di vita. Era inutile guardarsi indietro. Avevamo provato tutto, o quasi, e la situazione richiedeva mille attenzioni. Continue. Girando lo sguardo verso il letto, lo vedo raggomitolato nel lenzuolo, senza un gemito. O una parola. Tranquillo. Con le palpebre sempre più sottili e defilate dal mondo.
È fragile persino guardare il corpo di questa creatura. Mi distraggo altrove. L'ospite mi fissa con occhio intenso, e riprende a parlare a bassa voce: «Se l'acqua raggiunge i polmoni... è finita… il suo cuore fermerà la corsa…» Rispondo compassato: «quando morirà?» Ricevo un silenzio. Segue il semplice gesto della mano che invoca il cielo.

Lo riguardo ancora, è disteso adesso, ma lo immagino pieno di vigore, sano e forte, nella foga di una pesca lontana. Insieme. A mani tese prendevamo il pesce lungo una serata d'estate. Si lanciavano ami e lenze a un meriggio che non porgeva mai fine. Ho amato alla follia quei frangenti di sabbie lucenti sulla battigia. I ritorni prosperi, con le sacche piene. I tramonti, in cui arrampicavamo su per il sentiero seguendo le tracce invisibili degli avi. Dal mare, dai pesci, dalle coste, dalle luci notturne le loro storie correvano sui nostri volti. C'era l'argento vivo nella crescenza del tempo. Ma in questo mio oggi, dov'è situata la nostra alba?

Non me l'aspettavo che sarebbe apparso così. In piedi sulla spiaggia, con una pipa fumante, di fronte a due qayaq. Era Nuntak, la guida ai fiordi e alle isole. Scrutava con lo sguardo ogni mio passo. Fino a quando me lo trovai di fronte: «Salute a te, Marius…»
«Salute a te, Nuntak».
Alla breve pausa mi ri-squadrò da capo a piedi, solo infine per continuare… «Sono qui perché hai bisogno di me».
Rispondo… «Non lo sapevo!»
«L'uomo della medicina mi ha detto che tuo padre sta indebolendo… e che tu hai chiesto più volte quando arriverà il suo ultimo giorno… è vero questo?»
«Sì, è vero!» Fu allora che l'esquimese allungò la mano verso il mare e aggiunse… «Devi prendere il qayaq e andare al fiordo più lontano, quello di Tarniq, sì proprio quello, e lassù troverai la risposta…»
Scaturì spontaneo un «Perché?» Sennonché dalle dune di sassi uscirono alcuni cacciatori del villaggio a dare man forte a Nuntak. «Perché loro tutti lo vogliono, l'angakkoq (lo sciamano) lo vuole, e io lo voglio, tuo padre è un uomo particolare… lui ha già incontrato gli antenati… ed è ritornato due volte… dobbiamo sapere quando accadrà… quel giorno va rivelato… per il tuo e per il nostro cammino... Forza, ho qui le tue cose, si parte subito. Ti accompagnerò fino all'entrata del fiordo. Non guardare indietro, non pensare alla tua gente. Guarda Taqqiq (la luna) che è sorto. È quasi pieno. Di buon auspicio. Non c'è nulla da temere. È lui a mostrarci la via. C'è solo Lui nella densa notte, e qui Noi siamo i suoi figli. Non ci resta che seguirlo. Docili come il canto di una primavera».

Abbiamo navigato lungo la costa per giorni e giorni. Direzione Est-Nord-Est. Non so esattamente dove stiamo andando. E non ho mai sentito parlare di quel fiordo. Ma Nuntak sembra conoscere la rotta e mi incoraggia spesso: «Dai Marius, stai andando bene... siamo quasi a Tarniq… lassù trovereremo quello che cerchiamo». Lo ascolto con somma pazienza. Anche se a volte sembro quasi piangere, da come mi ritrovo tutto bagnato di spruzzi. Irrompono e scendono per la prua del qayaq. Mai si fermano. E io non mi arrendo, proseguo. Meglio avere fiducia di questo vecchio arponiere e dei suoi modi antichi. Tutti lo rispettano. Lo consultano. Lui trova sempre la via. Ma quando arriveremo al fiordo… che cosa ci aspetterà? Chi… cosa… incontreremo sulle acque di Tarniq? Taglio l'onda con il profilo rugoso della pagaia. Continuo a scivolare dritto, graffiando di blu la superficie del mare. E via via, procedo nel solco inciso da Nuntak. Per ore e ore, fin oltre un susseguirsi di capi e promontori. Alla sera mettiamo campo in un'insenatura chiusa da enormi macigni. È deserta. I licheni la colorano tutta di verdastro e giallo come su un prato in fiore. Anche i sassi affiorano di luce. Sceso dal qayaq, l'esquimese prende il tamburo mantellato e saluta con un canto il tramontare del soleAya-yii-Aya-yii-yaa... Poi acquietato mi parla: «Marius, ho appena pregato per tuo padre… all'inizio della vita è bene cantare alle albe… ma nel suo ultimo tratto conviene benedire i tramonti … Tuo padre sa chi è… ha vissuto… ha visto il mondo… Lui è un fiordo con cento fiumi… e mille storie… questa terra, questo mare, scorrono in Lui come una linfa vitale… perenne… Marius, saprai navigare in questo suo braccio di mare?»
«Nuntak… io sarò Marius come sempre… con la mia vita di tutti i giorni…»

L'esquimese con fare severo avvicina il suo volto al mio: «Ragazzo… noi non siamo uno, guarda le mie mani… conta le mie dita! Siamo tre, quattro, sette, nove in un appiglio… Siamo tanti, perché giù dentro nel fondo del cuore portiamo le anime dei nostri antenati… Ricordalo!… Ricordalo sempre!… Tuo padre li ha chiamati due volte… e loro verranno numerosi… in troppi… il villaggio non può avere mille nomi… e mille tragitti… Tu hai già percorso diverse vite… hai bisogno solo di un nome, solo di un nuovo nome che chiami Vita, la giusta vita che ti spetta ora e adesso… con tutte le sue relazioni… per mare, terra e cielo… da sempre. - e, dopo un breve silenzio… - Marius, andiamo a Tarniq, perché lassù troverai quel nome. Sì, che lo troverai. E te lo diranno quelli come loro... - indicando i gabbiani in volo... - i cacciatori di anime…»

È blu plumbeo questo specchio d'acqua spazzato dal vento. Nuntak si agita sulla riva rocciosa con il tamburo. Li sta chiamando, mentre l'insenatura ancheggia lunga e sinuosa. Ecco lo stretto passaggio. Scivolo con il qayaq verso il centro di quell'oltre. La prua si battezza. Laggiù Nuntak mi ha istruito ad attendere. La nebbiolina intorno ritrae come un velo appena distolto. Si rivelano gradualmente una caletta, un inuksuit che segnala l'entrata, un roccione sospeso. Ascolto il frangersi di una cascata lontana. Poi altri vaghi sciabordii che echeggiano come in un antro. Sono qui o là immobile al centro del flusso. Sotto la lunghezza dello scafo ribollono mille forme dense di vita. Si aggirano come ombre sfuggenti. Foche o pesci? Fuori è tutto così pace e silenzio, da sprofondarci dentro. Odo un grido e diversi colpi di pagaia far svanire all'improvviso questa calma. Sono proprio loro, li sento. Stanno arrivando. Mi vengono a prendere. Sono i cacciatori di cui ha parlato Nuntak. Afferro in mano la mia collana della medicina per l'ultima volta. La ringrazio e la getto nell'acqua gelida. Non ho più nulla da offrire. Sono veramente solo. Nudo. Pronto a riceverli. Al grido sfrecciano verso di me tre lunghe canoe. Li vedo bene mentre avanzano. Sembrano per lo più muti e tesi, questi Inuit della costa orientale. Sono tutti uomini, tranne una donna, ritta sulla prua.

Mi grida: «Dicci il tuo nome! Dicci chi sei!»
«Mi chiamo Marius, sono un qablunaat (bianco) che viene da Kasuq…» poi senza darmi tregua… «Perché sei entrato nel nostro angolo di mondo? Che cosa cerchi?»
«Mio padre sta morendo, devo sapere quando…»
Lei sempre incalzante… «Solo gli spiriti del fiordo possono rivelarlo… hai tu il coraggio di chiederlo a loro?»
Alzo la pagaia al cielo e grido: «Sì, perché porto un dono». S'affrettano vicini. Mi legano una fune alla prua, poi tirando dentro nel profondo del fiordo, mi abbandonano alle acque più oscure. Alle maree più ossute. Ai sassi meno esposti.

Ne uscii dopo tre notti e tre giorni. Quando lo vidi, Nuntak aspettava seduto a fianco dell'inuksuit. Sorridendo. Avevo tanta fame, tanta sete, tanto sonno… e non avevo un nome, non avevo cento amuleti, né sapevo quando. Mio padre non sarebbe morto. Almeno per ora. Agli spiriti avevo donato un canto di mia figlia, appena sorto dal vento. E cantando avevo restituito tutti i nomi caduti dal cielo.

di Massimo Maggiari

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