Weekend Magazine Lunedì 30 marzo 2009

Festival della Montagna: parla Walter Bonatti

Magazine - Certo che pensare a Walter Bonatti seduto su di una sedia mentre racconta il suo ultimo viaggio ad Arnoldo Mondatori, ci ha portati a pensare.
Bellissimo il taglio dato da Sandro Filippini, giornalista della Rosea, all’incontro clou della rassegna figlia di Sandro Gastinelli, della Granda e di Fredo Valla.
Prima di tutto, niente K2, ha esordito Filippini, sia perché Bonatti si è trovato inscatolato per troppo tempo dentro quella cornice di pietra e furore, sia perché soltanto un anno fa circa è arrivata la parola fine a dare ragione al ragazzo bianco.
Ragazzo bianco perché Bonatti conserva non solo i capelli di un bianco luccicante, ma pure l’animo. Anche se Filippini lo ha definito una roccia. Da giornalista che bada a catturare in una sola parola un concetto, una storia, una persona. Bonatti appare una roccia già solo al primo sguardo, con quelle mani che sembrano urlare la parete da tanto. Ha un sorriso che illumina il volto, ed un eloquio che mira a salire con l’entusiasmo che infonde una vita di successi e di lotte da solo.
Questo è il punto di forza di Walter, la solitudine vissuta non in modo solipsistico e fine a se stessa. Non più uno splendido isolamento che isterilisce la presa. Piuttosto un apprendistato monacale necessario ed interiore per conoscersi meglio, e per poter poi dare di più dopo. È come quando Berhault – che comparirà alla sera di domenica in un film che strappa le lacrime dal viso come se fossero spine di commozione – diceva che ogni giorno bisogna prenderselo per allenarsi a dare ed a ricevere.

Bonatti trova la forza dentro di sé. Ed è una forza sorprendente che lo aiuta molto. È la montagna interiore, quella più importante che l’uomo abbia mai scalato. Un insieme di orridi e dirupi spaventosi dove perdi il senno o guadagni il paradiso perduto.
Per questo motivo, ad un certo punto della vita, e dopo il Cervino fatto in invernale ed in solitaria assoluta, Bonatti sceglie la via dell’abbandono. Decide di lasciare l’alpinismo estremo per andare in mezzo al mondo. Di lì nasce la sua collaborazione con Epoca, a quel momento in cui confessa con un candore accecante di avere avuto il paradiso spalancato, aperto davanti. Quando Arnoldo Mondatori si rende conto delle capacità di scrittura e di incantamento di Bonatti, lo fa convocare alla direzione della Mondadori. È bello pensare a quella collana di Mondatori appunto che sull’esergo di ciascun libro aveva quel motto beneaugurante infisso a mò di punta dentro una rosa: In su la cima. Qui gli dicono di considerasi un inviato speciale a tutti gli effetti per Epoca, con denaro ad libitum e risorse umane e logistiche all’infinito. Un paradiso, appunto.

Sembra ancora incredulo mentre dichiara che Mondatori avrebbe così visto in lui un erede, o una incarnazione dei grandi inviati dell’ottocento, alla Stanley. Bonatti ci dice che quella richiesta gli fece tremare le vene ai polsi. Eppure la accetta da par suo e parte immediatamente per il Canada, dove farà circa undici reportage. In transito si ferma presso il National Geographic per fare incetta di materiale cartografico. Qui, tra il serio ed il faceto, dopo avere ascoltato i suoi progetti, gli dicono che per fare quanto ha progettato, un’ equipe del National ci avrebbe impiegato circa due anni.
Un calcio in culo in piena regola, praticamente, ma con scarponi felpati. Bonatti farà appunto undici reportage e di lì verrà la richiesta (pentita?) da parte del National di collaborare con loro lasciando Epoca. Alla luce esce qui il carattere orgoglioso, potente come un turboelica di Bonatti, venato di un profondo romanticismo alla D’annunzio.
Dice infatti che non avrebbe mai potuto lasciare Arnoldo Mondatori dopo che lo stesso aveva creduto in lui così profondamente, ed anche perché preferì essere primo in Gallia che secondo a Roma. Come Cesare.

Scroscia un applauso a cascata dalle tre sale in videoconferenza. Questa è l’altra prerogativa di Bonatti. Una strana umanità fatta di eleganza rattenuta, e di umanità al limite del semidivino. Se si leggono I miei ricordi, edito da Baldini e Castaldi, o se si legge la vita avventurosa e magnifica di Bonatti nell’ultimo numero monografico edito da Alp dove campeggiano due articoli straordinari di Roberto Mantovani (accanto allo stile parlante del giornalista che succhia la montagna con il latte da tempo immemore, anche la fortuna di accedere ad un Bonatti più vicino dell’oleografia tradizionale), non si può non restare incantati. Da quello stile dove un’umanità classica da grand’uomo si fonde con uno stile prensile come l’attenzione in croda. Ieri si è capito da dove Bonatti abbia preso il suo stile. Si sfonda una porta aperta, ma di solito gli scalatori non scrivono bene. A parte Buhl, che fu contagioso anche in È buio sul ghiacciaio, non ci sono stati molti alpinisti creativi anche con la penna. Oggi sembra che ce ne siano di più. Ma questo è un fenomeno sociologico che non deve ingannare perché oggi sono più gli scrittori dei lettori.

Bonatti si forma su Jack London, Daniel De Foe e Melville dove – dice lui – ha trovato più che dei romanzi delle splendide e fedelissime autobiografie di viaggio. Se quelli sono i suoi modelli, si capisce come abbia fatto a prendere a mazzate le menti dei lettori italiani per tanti anni. Con un chiodo così penetrante e pervasivo come la sua penna. In sala c’è stata commozione, ed affetto.

Lo stesso sentimento che alla sera ha intenerito tutti. Con Patrick Berhault, l’uomo che ha inventato la dance scalade, la scalata a suon di musica. L’uomo che aveva una capacità di stare in parete come un ragno da granito. Dicevano di lui che avesse il proprio baricentro in mezzo, in modo tale da stare sempre inchiodato alla parete come un cerotto adesivo. Il film è profondo, e cerca di scandagliare chi fu veramente Berhault in vita. Ed anche dopo. La sua traversata delle Alpi è stata una cavalcata selvaggia senza precedenti, appassionata, piena di vita e di tenebre da vincere da soli.
Le foto del film sono piene di gioia, quando Patrick arriva in cima all’Everest piangono tutti. Lì si realizza quello che ogni film dovrebbe riuscire a toccare: l’anima in pancia, nella sua parte più sottile. Come se si trattasse di una libellula, con delle ali trasparenti, che si muovono come fogli sottili. È il massimo dell’opera d’arte, il raggiungimento di una catarsi divertendo. Io ho pianto.

Il Festival è stato un momento di evoluzione del concetto di montagna. Nei film, dove una nuova era della montagna antropologica si è fatta avanti in sembiante femminile, come nell’approccio più sensibile al concetto di film.
L’invenzione va a Sandro Gastinelli e alla moglie Marzia, i quali hanno elaborato un concetto modernista, ed interiore, del film per cui il lato umano va valorizzato anche al di là della mera proiezione. Quando il film finisce, e le luci si riaccendono, non viene invitato soltanto il regista ma c’è sempre qualche protagonista. Si realizza così una sorta di transustanziazione corporale in diretta. Gli spettatori sono deliziati ed hanno in più la sensazione di avere portato a casa, la sera, una visione come dire a quattro dimensioni. Perché il passaggio umano, dalla pellicola alla persona che compare davanti a tutti, all’improvviso ed a sorpresa, è un colpo di genio sparato in testa come un messaggio prepotente e subliminale.

Trento, che ha una macchina oliatissima con un milione di euro all’anno come budget, sembra più in gelatina. Ma perché è meno umano. Qui Gastinelli ha saputo sfruttare la dote che ha in maggior copia: la sua semplicità e umanità. La vera cifra delle montagne. Un aiuto costruttivo, ed anche fortemente partecipativo, è arrivato dalla Provincia dove Andrea Costa sembra essere divenuto più un uomo di montagna che un funzionario. Sarà per questo che con Fredo Valla commentavamo che è un uomo sui generis come funzionario, e più vicino alla sua figura ci si vedrebbe bene un intellettuale archivista del CAI d’antan dotato di quella disponibilità che Brunetta pensa non esistere più. Povero ministro.

Oggi al cinema

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