Magazine Venerdì 27 marzo 2009

«Anche io sogno il chewing gum»

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Magazine - Buongiorno. Sono Alessandra, ho trentatre anni, e come Maurizio e Natalia anch'io ho questo sogno ricorrente da qualche anno. Nelle mie varie ricerche 'new age' il sogno veniva interpretato come una mancanza di nutrimento spirituale.
Adesso, a distanza di anni continuo a sognare chewingum molto frequentemente, e proverò a seguire il Suo consiglio, visto che a quest'ipotesi mai avevo pensato. Effettivamente anch'io sono una persona che rimugina molto sulle cose che fa e che soprattutto non riesce ad 'zittire il cervello', come se la sua voce parlasse ininterrottamente anche quando dormo.
So benissimo che la mia volontà potrebbe riuscire a far tante cose, ma il 'non ce la faccio' prende spesso il sopravvento.
La saluto cordialmente.
Alessandra

Buon giorno Alessandra, e benvenuta nel club del chewingum. Anche se spero che lei possa gestirlo sempre meglio. Se mi permette, non ritornerò a parlare di sogni e delle loro interpretazioni ma vorrei, piuttosto, parlare di volontà o meglio del fatto che troppo spesso si sente dire che 'basta la volontà'” e altrettante volte si scopre che succede proprio quello che non si vorrebbe. O no?

Adesso però il discorso si fa interessante: se noi vogliamo una cosa che ci riguarda (tra le cose possibili, ovviamente) chi è lì dentro che ci sabota? Scartata l'ipotesi di una colonia di alieni marziani, resta da prendere in considerazione che, dentro di noi, ci sia un altro noi che la pensa diversamente. Ma perché? Ecco, su questo le ipotesi sono svariate, ma sostanzialmente si dividono in due filoni: in uno si presuppone che dentro di noi ci siano, almeno, due parti (il nome cambia da teoria a teoria, e potremmo anche definirle pulsioni, istanze, spiriti, ecc.) di cui una buona e l'altra cattiva. In un altro filone, queste due o più parti siano entrambe buone, ma con delle difficoltà a capirsi l'un l'altra, con il risultato di ostacolarsi anziche collaborare.
Personalmente sono più interessato a questa seconda spiegazione anche se, a questo punto, mi scuso con lei e con tutti quelli che leggono, perche ho condensato, ovviamente male, un centinaio di anni di storia della psicologia in dieci righe.

A questo punto, cara Alessandra, potrebbe essere che quella che lei chiama la sua volontà non si esprima così bene da essere capita o da essere convincente verso questa sua altra parte che pensa (ma pensare non è il termine giusto, forse è meglio dire che sente) che per fare il proprio bene deve comportarsi in un'altra maniera.
Così come il suo chewingum potrebbe essere il tentativo di fare una cosa importante per lei, ma usando un sistema che ritiene il migliore e invece si rivela essere inutile. Ma tant'è ci riprova, ci riprova e ci riprova. Che, se ci pensiamo, è uno di quei buoni insegnamenti che i genitori davano ai bambini: provaci sino a che non ci riesci.
Solo che adesso non siamo più bambini e potrebbe essere meglio dire «adesso che ci hai già provato da un po', smettila, dormici su e poi vediamo».
Che potrebbe funzionare meglio.
Ma gli insegnamenti dei nostri genitori sono duri a farsi da parte, forse perché c'è una parte di noi che non si è accorta di non essere più così tanto bambina.
Saluti

di Marco Ventura

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