Concerti Magazine Bonfim 2.0 Mercoledì 25 marzo 2009

Bob Callero al Senhor do Bonfim

Magazine - Il percorso musicale di Bob Callero è talmente immenso che si fatica a riassumerlo. Ha esordito suonando nei piccoli locali, a feste private e sulle navi insieme a complessini formati da genovesi come lui, «perché negli anni intorno al Sessantotto suonavano un po' tutti». Poi la trasferta a Milano come bassista negli Osage, gruppo fondato da Franco Battiato. Pochi anni di gavetta, poi il successo grazie all'incontro con l'arrangiatore Gian Piero Reverberi. È il 1973, l’album è Il nostro caro angelo, la voce è di Lucio Battisti, «una persona a cui ho voluto sempre bene, nonostante il suo carattere difficile: non si fidava di nessuno, era quasi misantropo, vedi il mistero che ha circondato la sua malattia. Quando abbiamo inciso il primo album insieme non ci siamo quasi parlati, dal secondo in poi siamo diventati amici». E da lì tutti lo vogliono: Eugenio Finardi, Loredana Berté, Anna Oxa, Fausto Leali e Patti Pravo, solo per fare alcuni nomi. «Con Finardi è stato il periodo più interessante della mia carriera, perché lui sul palco non si limitava all'esibizione canora ma dialogava con il pubblico, per esempio commentando una notizia uscita quel giorno sui giornali».

In quegli anni scopre il Chapman Stick, uno strumento di importazione californiana che pochissimi in Italia suonano: e da lì parte una nuova carriera. «Questo strumento non è paragonabile con nessun altro: non è un basso, né una chitarra, né un pianoforte. È molto difficile adattarlo a brani già esistenti, bisogna piuttosto creare melodie che ruotano intorno al suo utilizzo». Il suo primo album, inciso nel 2006, è dedicato a suo zio, barba Richin (Barba in dialetto genovese significa zio), che ha vissuto a Cà, il paesino vicino a Montoggio in cui lui stesso è nato: «si tratta di un'opera tipicamente genovese, creata da chi è appassionato dell’album Creuza de mà e non capisce perché nessuno dopo De Andrè riesca a comporre una musica genovese più moderna, che vada oltre i consueti trallallero».
Sono tante le tappe salienti della sua carriera, ma quella che doveva essere una chiacchierata per ripercorrerle si trasforma fin dalle prime battute in un discorso più ampio sulla situazione in cui imperversa la musica dal vivo a Genova.

Bob Callero si esibirà al Senhor do Bonfim sabato 28 marzo: come da tradizione, il locale di Nervi propone un concerto dal vivo prima del dj set che dura fino a notte inoltrata. «La formazione è minima: siamo solo io, una cantante e il batterista, ed è proprio sul minimalismo dei suoni che si basa il nostro repertorio. Essendo comunque sabato sera, momento in cui la gente cerca il casino, proporremo brani più rockeggianti e movimentati, quasi tutti di nostra composizione. E cercheremo di usare l'ironia, di far sorridere il pubblico, visto che a farlo ballare ci penserà il dj dopo di noi: per esempio la cantante suonerà un'armonica diatonica, come quelle con cui giocano i bambini, e io provocherò gli spettatori proponendo loro dei passi di ballo».

La prima esibizione dal vivo dopo diverso tempo, perché «non siamo ritenuti abbastanza commerciali. Ormai è sempre più difficile suonare dal vivo, i locali tendono a non pagare e a tagliare sulle serate, puntando soprattutto sui dj o sul karaoke, dunque musica elettronica. Ormai sono pochissimi a Genova i locali che osano proporre musica dal vivo, ma si tratta di un contesto in cui è sempre più difficile operare, vedi la recente chiusura dell'Oltreconfine Café in via San Lorenzo (dove è stata sospesa la rassegna musicale Zerocover, n.d.r.)».
E le sue idee sul perché questo accade sono ben precise: «chi sceglie di gestire un locale per la musica dal vivo si mette in croce da solo, perché le normative su agibilità, uscite di sicurezza e quant'altro penalizzano molto queste attività. Sono recenti le polemiche sui decibel: a Milano, nei locali sui Navigli si suona fino a notte inoltrata. Chi abita in quelle zone lo sa, ma ha scelto di viverci e sono, in un certo senso, 'problemi loro'. Il Comune ha dotato di finestre a doppio vetro chi ne faceva richiesta, ma non ha mai pensato di penalizzare i locali. A Genova questo non succede». Ma secondo lui le motivazioni vanno ben oltre: «quando ho iniziato io era il periodo degli hippy, in cui tutti suonavano, si assumevano droghe leggere e si diffondevano ideologie molto forti. Oggi c'è chi pensa che sia la stessa cosa, ossia che intorno a un gruppo che suona dal vivo si possano generare correnti di pensiero scomode o delinquenza, mentre intorno a un dj questo non accade. Ma che senso hanno proibizionismi di questo genere quando ci sono in vendita droghe assolutamente legali, come l’alcol o le auto che arrivano ai cento all’ora in tre secondi? Si dovrebbe allora vietare tutto ciò che può causare un danno alle persone».

Ma allora che futuro c'è per chi fa musica? «Io insegno da tanti anni, ma non avendo il diploma al Conservatorio non sono abilitato. E infatti i miei programmi non si trovano in nessun corso accademico. L'Italia è l'unico Paese europeo dove non esiste una normativa che definisce e tutela la professione dei musicisti, che sono costretti a 'inventarsi' una categoria professionale, come operatore dello spettacolo o più genericamente libero professionista».

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