Magazine Sabato 7 marzo 2009

L'aquila: l'incontro con il gabbiano

Leggi anche le prime parti della favola

Magazine - Sto in alto. Sento l'aria che mi entra nelle penne. Ho la sensazione di essere una nave in mare. È bellissimo. Il mare posso vederlo anche più da vicino. Decido di raggiungerlo con un volo radente. È strano come queste decisioni mi vengano automaticamente. Il volo è naturale. Mentre mi dirigo verso il mare a una velocità molto forte, continuo a vedere negli occhi il mio letto con me dentro. Mentre dormo. Noto sulla destra parecchi gabbiani. Mi accorgo che a loro volta mi notano. Scappano, volano subito lontano. Ma non troppo. Scendo in picchiata verso l'acqua. Accelero per poi sfiorarla con il becco e gli artigli. Sento umido, ma risalgo con il cuore in gola. Sempre più in alto. Mi sembra di essere una freccia senza limiti. L'aria è limpida. In lontananza vedo delle montagne. Verso il mare, oltre una certa foschia. Molto leggera. Quasi un merletto trasparente.

Vedo un gabbiano di color cinerino che avanza lentamente verso di me. Forse sono io che vado troppo veloce. È grosso. Sembra un animale vecchio. Ha un collare di piume bianche che spicca sul suo collo rugoso. Con la vista che mi ritrovo posso vedere i minimi particolari. Mi sento al di sopra dell'aria e del mare. Mi sento forte come la terra e leggero come le nuvole.
Rallento. Voglio capire cosa voglia da me. Stallo. Arriva con calma. Le ali remiganti ha piegate e mi si avvicina quasi in un soffio. La virata è leggera. Come una barca che si avvicina a motori spenti.
- Salve, Alberto.
Resto un poco stranito. Che io sia un'aquila e che mi continui a chiamare Alberto, è ben strano.
- Salve, Gabbiano.
- Non mi riconosci?
- No, veramente no. Sono un poco imbarazzato.
- Sono il tuo Maestro. Quello che ti insegnerà a volare. Mi chiamo Franco.
- Anche il mio papà si chiama come te. - allora dico, quasi sollevato.
- Infatti, è lui che mi manda. Mi rendo conto di doverti dare una piccola spiegazione. Se riesci ad arrivare su quello scoglio, quello più in alto di tutti in mezzo al mare, potremmo parlare con calma.
Parto subito. Voglio fare vedere a questo gabbiano, grande come un vascello antico, che sono in grado di raggiungere quello scoglio affiorante dall'acqua in pochi secondi.

Sono partito. E vedo con la coda dell'occhio che sta ancora sbattendo le ali per sollevare il suo corpo. Sembra una mongolfiera. Ha però una eleganza naturale, quasi fosse un vascello abituato a solcare i cieli. Con calma. Sto per atterrare sullo scoglio con una virata brusca. Troppo stretta. La stringo talmente tanto che un'ala va a sbattere contro una lama di roccia che spunta dallo scoglio. Sento un colpo sordo e sbatto con l'altra ala contro la roccia. Mi avvito come un dado di piombo. Vado giù. Sento l'aria frizzare come acqua che bolle. Sento il vortice dell'acqua. Continuo a sbattere da una parte all'altra. Non mi fermo. Vedo il mare che urla sotto. Intravedo il bianco accecante della risacca. Sembra risucchiarmi. Non ho più percezioni precise. Un colpo alla testa mi impedisce di girarmi verso l'alto e l'aria sembra diventata di piombo. Dentro i polmoni sento soltanto acqua. Mi accorgo a un certo punto di essere sospeso. Sento morbido sotto di me. È lui, è Franco. Il gabbiano Maestro. Con calma, in modo lento, solenne, mi sta portando su. Mi sento stordito. Mi fa anche male un'ala. Continua a sollevarmi verso la punta dello scoglio. Non ha fretta. È un vascello di piume. È calmo come il mare. Deve essere abituato a molti soli e a molte lune. Quando siamo in alto compie una virata dolcissima. Sembra quasi quando il mio papà getta la lenza. Con calma, ma con un movimento rapidissimo, quasi invisibile. Mi ritrovo adagiato sullo scoglio. Vedo i gabbiani che volteggiano sopra di noi. Non so se ho avuto paura. Sono però confuso.
- Il primo insegnamento per un'aquila come te, Alberto, è la dolcezza. Tu arrivi da molto lontano, e il mare non sarà esattamente la tua vera casa. Sei destinato alle montagne, ma imparerai sul mare. Quindi, ti dovrai accontentare di me. Un vecchio gabbiano di mare e scoglio. Una creatura marina.
- Scusami Franco, non so cosa sia successo. Ero partito così bene… Forse ho stretto troppo. Ma tu chi sei?
- Ecco, Alberto, le domande non puoi farle. In questa dimensione dove noi voliamo, non possiamo farci domande. Questo è il regno del mare, di noi gabbiani, e qui troverai soltanto risposte. Dovrai volare di notte per trovare le risposte che saranno per te importanti durante il giorno. Se riuscirai, di notte, a cogliere prima le risposte, saprai già le domande. E potrai così anticipare il tempo. Potrai aiutare le persone, oppure danneggiarle. Questo, però, sarà affidato del tutto alla tua coscienza. Io potrò esserti maestro soltanto nel volo.
- Ma…
- Ora ti farò vedere come vira un gabbiano stanco, un po' antico, ma capace di anticipare il mare quando fa buio.

Detto e fatto. Si alza in volo come prima. Tranquillo, solenne come il sole quando si leva dietro le montagne. Sbatte le ali cinerine e dà un colpo secco per alzarsi. Sembra salire dentro l'aria come se non facesse sforzo alcuno. È bello vederlo. A un certo punto comincia a volare verso il basso, a una velocità perfino superiore alla mia. A occhio nudo sembra un bolide scagliato da un cannone. Resto imbambolato a guardarlo. È un missile grigio cenere. Quando deve voltare per tornare indietro compie una virata ampia come una curva, e si gira con il becco verso di me. In quella virata sento che deve starci dietro un mare di gabbiani che hanno provato, e migliaia di soli visti sul mare. Torna da me impassibile, come se nulla fosse successo.
- La prima cosa, Alberto, è la virata. Ti salverà in ogni momento, e ricordati che in essa è la strada che ti riporterà sempre a casa.

Il sole sta per salire dal mare. Sento che devo tornare verso casa. Vedo Franco che mi si mette davanti e mi fa segno di seguirlo. Sbatto le ali un poco intimidito. Vedo che rispondono, e che il colpo preso poco prima non esiste più. Non sento dolore. Vedo soltanto una grande luce cominciare a filtrare dietro la linea piatta dell’orizzonte.
Vedo il tetto bianco di casa mia. Il pioppo sta cominciando a suonare come se fosse pieno di campanelli. Sono storni. Faccio per girarmi verso Franco ma sento un suono intermittente, preciso, minuto come una campanella.
È la sveglia. Mi sveglio dentro il mio letto. Devo andare a scuola.

di Alberto Pezzini

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