Magazine Venerdì 6 marzo 2009

Dalle terre del Nord. Un nuovo incontro

© Alessandra Meniconzi

Massimo Maggiari (Genova, 1960) insegna Lingua e Letteratura Italiana all'Università di Charleston, in South Carolina. Lì organizza anche un Festival di poesia italiana. Ha pubblicato raccolte di versi, scritto saggi e recensioni su diverse riviste di italianistica, ha tradotto poeti egiziani e di lingua ugro-finnica.

Nel 2008 ha pubblicato il libro , nato da una serie di viaggi compiuti intorno al Circolo Polare Artico, dall'Islanda all'Alaska attraverso la Groenlandia e il Canada artico di Nunavut.
Il racconto che pubblichiamo di seguito è una continuazione virtuale di quel libro. Le immagini che vedete in questa pagina sono invece della fotografa svizzera Alessandra Meniconzi (per ammirare altri suoi scatti date un'occhiata ai siti www.alessandrameniconzi.com e homepage.mac.com/alex.photo).

Magazine - Sono appena sceso dall'abitacolo bluastro del volo 1507 USAir e mi ritrovo a Ft. Myers. È immenso questo cielo del sud-est americano. Di luce intensa e calda che pervade tutto il paesaggio a strali discendenti. Forte è l'energia di questo benigno lampeggiare, dona un senso di diffuso benessere fisico, che in inglese chiamiamo well-being. Sono qui per un'occasione particolare, e gradita. Un incontro con l'amico Nunatak che da quasi due anni non vedo. Grazie al cielo, l'inverno anche per un angakkoq (sciamano) groenlandese è una buona scusa per viaggiare a latitudini più miti. Qui, nei pressi del College locale, l'eschimese offrirà un workshop sulla cultura inuit e le dinamiche della guarigione tradizionale.
Salgo sul taxi e mi dirigo con trepidazione verso la zona del nostro rendez-vous. Sfrecciando per la capiente superstrada mi avvince sbirciare l'occhio dal finestrino. Sotto il ventilare azzurro, ai bordi del viadotto, è tutto un filare di palme. Sane e forti, verdi smeraldo. Mentre sui prati planano intorno e s'alzano in volo decine di uccelli costieri alla ricerca pellegrina di una briciola di pane. A un certo punto mi dico: ci siamo quasi! E svoltiamo improvvisi in un parcheggio ben defilato tra i cespugli. Non vedo l'ora di rivedere Nunatak, con quel suo passo deciso alla Dersu Uzala, per sentire le ultimissime dal grande nord. Dalla terra dei lunghi inverni e degli immensi ghiacci. La Groenlandia.

Si spalanca una porta, la 108, ed entro in un salone tutto colorato di verde. Eccolo. È seduto al centro di un cerchio costruito da una ventina di persone. Si alza e mi viene a salutare. Pronuncia bene le due esse del mio nome e sorridendo mi afferra con un abbraccio che rivela la presa del cacciatore di foche. Al gesto rispondo in inuktitut: Qanuipit? (Come stai?) Innarca un sopracciglio esprimendo compiacimento e risponde: Qanuingittunga (Bene). È proprio vero che bastano a volte poche parole per avvicinarsi ancora di più, e riprendere senza esitazione un cammino insieme. Ritorna alla sua postazione, prende il qilaut (tamburo) in mano e comincia subito con un canto dedicato alla madre mancata da poco. Sussura nel tamburo accostando la bocca al suo sfondo verde. La tela color prato è distesa su di una cornice rotonda che ha un diametro di circa mezzo metro. Un cordino marrone (e della colla) la tengono ben fissa alla cornice. Alla sua base sporge un'impugnatura di legno che gli permette di manovrare il qilaut con agio come se fosse il manico di un coltello. «Questo...» proclama, «... è uno strumento che ci aiuta a raggiungere il grande cielo... che ci aiuta a celebrare la Vita... amico avvicinati... e ascolta!»
Entrambi appoggiamo il volto al tamburo mentre Nunatak diffonde un oh... oh... che rimbalza vivo al mio orecchio con un eco. «È grazie a lei (il tamburo è femminile) che esploriamo il cielo più profondo e misterioso del Cosmo, proprio qui... nel cielo del nostro animo (e punta al cuore). È grazie a lei che lì giungiamo a un nuovo livello di comprensione della realtà. E in quel magico momento siamo come ritornati a casa». Il canto riprende, si mescola con acute vocalizzazioni, ed infine si spegne lentamente con un affievolirsi graduale della voce. Nunatak emerge dal tamburo mantellato e si presenta a tutti con una breve storia.

Racconta del bisnonno, uno degli ultimi sciamani della Groenlandia, mancato in un tempo lontano. E di una montagna legata al suo destino. «Quella montagna è anche importante per tutta la mia famiglia... quasi non sappiamo perché... ma è così da sempre... essa nasce dall'acqua del mare, dal ghiaccio che la circonda, e si getta poi su per gli azzurri del cielo. Quella cima vale per noi molto di più dei suoi duemila metri, molto molto di più. Quello è il luogo dove a un certo momento della mia vita sono salito... poco vestito... senza un amuleto al collo... e dove ho trascorso giorni e notti al freddo... alla fame... dove ho parlato al Grande Essere (Great One). Quando sono sceso dal monte sapevo chi ero... e immaginate quando uno conosce se stesso... può conoscere anche meglio gli altri. Sapevo pure che sarei diventato angakkoq, riprendendo un'antica tradizione di famiglia. Ricongiungendo me stesso al mio bisnonno, ai miei antenati. Alla base del monte, mio fratello mi raggiunse con un sorriso e un dono... quest'osso che porto al collo. Mi disse: "sei forte come l'osso della coda della balena, ora puoi andare ovunque nel mondo senza perdere la via o affogare!" E così ho fatto. È raro che io sia a casa a questo punto della mia vita. E proprio ora mi trovate qui con voi a Fort Myers per portare avanti lo spirito di quell'ascesa. Di quella scelta».

I volti dei presenti sono soddisfatti e incuriositi, avvertono di trovarsi di fronte non solo a una persona carismatica ma anche dentro a un'esperienza che arricchisce l'animo. Il viaggio tra i costumi inuit continua con profondità, sorprese e massima attenzione. Per sicurezza, prendo la matita e butto giù delle note. Nunatak spiega che la guarigione invocata dallo sciamano è anche un qualcosa di mentale dato che le emozioni negative s'insediano in varie parti del corpo causando disagio... malattia. Dice pure che i suoi modi sono antichi di millenni, di quando non esistevano né dottori, mutua o ospedali. Indica il volto (che chiama la maschera), come la parte di noi che più affronta gli altri e il mondo, e che per questo richiede cura, pulizia psichica. Poi la base del collo, dove nasce la voce... il petto dove prendono possesso paura, invidia, e rabbia... il fondo della schiena dove riceviamo coltellate invisibili da forze ostili... la zona dei genitali in cui risiedono forza, virilità, passione per la Vita... gli intestini dove possono appestare le più svariate ansie. Guardando fisso negli occhi, invita una persona al centro del salone. Intende offrire una dimostrazione di quell'antica pratica di igiene psico-spirituale.
Inizia a navigare il corpo della persona ritta in piedi con la mano aperta sul viso. In meditazione s'accompagna col canto. Dopo aver scannerizzato tutta la corporatura conclude facendo risuonare ancora una volta il grido del tamburo. Infine, quello che infestava il corpo viene rilasciato nel vuoto dell'aria con un semplice gesto della mano, che sembra gettare via qualcosa di sporco. Seguiranno altre istruzioni di Nunatak per farci capire che quello che è successo è reale. Sì proprio reale e veritiero, come prendere un'aspirina. La sua mano è infatti una vera bacchetta da rabdomante, che lui gentilmente fa vibrare sul fisico nel modo giusto. Al passaggio, scaturisce una fonte d'energia positiva che purifica dalle risonanze nocive, disperdendo per il tempo a venire le tenebre. Ritorna a pulsare per ogni via del corpo il formicolio dell'anima.

Il tempo sembra come volato. Sono passate oramai cinque ore dall'inizio dell'incontro, e siamo chiamati da una signora, per fare la sosta di pranzo. Non ce ne siamo accorti, ma abbiamo una fame da husky. Dopo avere raccolto i nostri panini da una cesta, usciamo fuori per sederci sull'erba a mangiare. La conversazione continua ora più informale e scherzosa e questo permette veramente di rilassarci all'aria aperta. Finalmente, ho l'opportunità di scambiare con Nunatak quattro chiacchiere sul tema ecologico. Gli racconto di un pescatore ligure incontrato per caso l'estate scorsa al largo di Punta Baffe (oltre Riva Trigoso).
Col pescatore, incrociato in kayak, era in qualche modo iniziata (tra i flutti) una conversazione su pesci e pesca. Finché, indicando il litorale con la mano destra, l'uomo mi aveva detto sconfortato: «Vede tutti quegli scogli, laggiù, sì proprio quelli, vent'anni fa erano pieni di vita marina. Ora non c'è più niente. Niente. Niente stelle marine, niente muscoli, forse neanche le patelle, pochi pochissimi i pesci, solo pescetti. È come tutto insterilito. E mi chiedo, e me lo chiedo spesso, se un giorno quello capiterà anche a noi...»

L'amico del nord mi guarda accennando un sì col capo e poi subito scivola nelle parole... «È vero ovunque. Il mondo sta cambiando. Mia madre me lo diceva, non siamo più in stagione. Come se fosse saltato un asse, un trave di centro. D'inverno oggi scorrono i fiumi d'acqua in Groenlandia e le temperature hanno escursioni termiche che variano di giorno in giorno. Stanno anche crescendo gli alberi. Sai, nella grande notte d'inverno quel mondo lassù è stato per millenni immobile. Tutto biancore liscio, fino alla prima grande luce. Il continente artico riposava per rigenerarsi, dare a noi con la stagione nascente nuova vita. Oggi neanche le nostre donne possono allattare più i figli perché le foche sono inquinate e il loro latte è contaminato... ecco come diamo vita oggi... col latte in formula. I ghiacci stanno sciogliendo perché c'è il GELO nel CUORE dell'uomo... non ci resta che accettare questi cambiamenti e abbracciarli come si fa con un parente. Niente può fermarli. Siamo alla fine di un calendario... durante le nostre vite... intere città come Londra, New York, e Washington finiranno sott'acqua... milioni di persone dovranno spostarsi, trovare una nuova casa, crearsi un nuovo modo di vivere, tutto sarà diverso... cresceremo... arriveremo a una nuova consapevolezza... forse ri-torneremo veramente alle nostre radici, alla terra... al cuore delle cose...»

In parte conoscevo già la risposta di Nunatak, ma desideravo un aggiornamento. Una conferma. Secondo gli inuit, il clima (Sila) non è solo confinato ai cieli e all'atmosfera intorno al pianeta. Esso è anche legato al cuore dell'umanità, al suo modo di vivere, alle sue intenzioni. Quando si perde il contatto con la terra, con gli antenati, e la vita di tutti i giorni diventa un rito vuoto e banale, non nutriamo più di VITA l'ambiente che ci circonda. Lo rendiamo sterile. Inevitabile quindi una catena di conseguenze. Che riportino equilibrio. Che riportino a splendere la bellezza che è dentro di noi, da sempre.
È in realtà semplice come modo di pensare. Emerge il nuovo quando qualcos'altro che lo precede perisce.

di Massimo Maggiari

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