Magazine Venerdì 27 febbraio 2009

L'aquila: sognare di spiccare il volo

Leggi anche la prima parte della storia

Magazine - L'unico problema è che Luccio fa sempre una grande fatica a liberarsi dai suoi genitori. Siccome coltivano i fiori, ci tengono sempre ad averlo con loro perché così li aiuta. Soprattutto d'estate, quando le giornate scottano e i vetri della serra sembrano affumicati.
D'inverno riusciamo a stare insieme di più, perché la coltivazione va a rilento. Praticamente entra in letargo.

Quando ho visto Luccio a scuola gli ho detto che avrei dovuto parlargli. Di solito parliamo sempre durante la ricreazione. C'è meno gente che ascolta. Io sono il capo della banda, a scuola. Anche al catechismo. La nostra banda è composta da Luccio e da me. Qualche volta si aggiunge qualcuno. Magari Gianluca o Marco. Solo che il primo ha dei denti incisivi talmente sporgenti all'infuori che a volte sembra un ornitorinco. Allora nella banda ci viene da ridere e lui si arrabbia parecchio.
Comunque, con Luccio ci siamo capiti e ci siamo poi parlati. All'inizio ho capito che non capiva. Allora gli ho detto come stavano le cose. Gli ho anche spiegato che in certe mattine mi sento leggerissimo, come se di notte avessi galoppato sul vento. Non so se mi spiego. Mi sembra che anche le braccia e le gambe siano d'aria. Leggere e trasparenti come certe barche di carta che costruiamo lui e io quando piove.

Luccio mi ha consigliato di adottare una tecnica di risveglio durante la notte. Mi ha detto che secondo lui io di notte viaggio come un mago. Che è da un po' che mi osserva. E che, sempre secondo lui e la sua mamma, la quale ha antenati dotati di un sesto senso parecchio intuitivo, io devo essere un viaggiatore.
Quando me lo ha detto sono rimasto un poco incerto. Anzi, ero piuttosto basito. Non ho mai sentito Luccio parlare in quel modo. Anche quei termini un po' strani, inconsueti per uno come lui, mi hanno destato qualche sospetto. Ho pensato anche che qualcuno mi stesse prendendo in giro. Prima la pigna sul tappeto, e tutte le finestre erano chiuse. E i cani fuori. Poi Luccio che mi viene a parlare di risvegli durante la notte, e di sua mamma che ha visto per me un futuro da viaggiatore. Non so cosa fare e mi sento parecchio confuso. Così ho perso tutta l'ora in cui avrei potuto giocare a pallone.
Noi giochiamo dietro la scuola verso le 11.00. Tutti i giorni. La nostra scuola è in campagna. Formiamo delle squadre sul momento. Di solito Luccio e io siamo insieme. Diciamo che abbiamo una certa sintonia anche con il pallone. È una sorta di compagnia naturale che andiamo cercando un po' ovunque.
Quel giorno poi sono rientrato in classe. La maestra, la signora Andreina, mi ha visto strano e mi ha detto che ero pallido. Ho incrociato lo sguardo di Luccio e sono rimasto in silenzio.
Sembrava che mi volesse ancora comunicare qualcosa che non riuscivo ad afferrare.

Quando è finita la scuola mi sono avviato verso casa. Si vede dalla scuola. Sta lassù in alto, è rossa e l'albero di salice che sta davanti all'ingresso posteriore sembra protendere i suoi rami fino a quaggiù. Mi sembra sempre di vederla, casa mia, anche quando le sto lontano. E quella sua vicinanza visiva me la fa stare vicino al cuore sempre. Mi sento protetto da quella breve distanza che in linea d'aria mi separa da lei. È un contatto con mia mamma e con i miei giochi.
Ho continuato a riflettere su quello che Luccio mi aveva detto. Non mi sono accorto così di essere arrivato davanti al cancello molto in fretta. Troppo. Ho sentito ancora una volta quella sensazione di leggerezza estrema. Una forma di corsa a occhi chiusi. Senza avere il fiato mozzo come quando giochiamo a pallone. Non ero manco sudato.
Quando sono entrato in casa la mia mamma mi ha salutato con un bacio lieve, come al solito. Lei è una donna gentile, carezzevole se volete. Non è molto alta, ma possiede un carattere di acciaio dietro una grande dolcezza. Diciamo che è un colonnello con delle bianchissime calze di seta. Ho mangiato sempre con un occhio ai miei cani. Quando pranziamo, Marlo mangia con noi. Moro invece no. È arrivato dopo, ed è un po' meno educato del primo. Inoltre ha una taglia decisamente più robusta e quando entra in casa rompe sempre qualcosa con la coda. Ce l'ha grossa come una gomena da nave. Quando la sposta per la contentezza rompe almeno un vaso, e quindi abbiamo preferito evitare.

Sono andato in camera mia subito dopo per fare i compiti. Di solito prima scendo dai cani. Giochiamo un poco a pallone in giardino. Quello sotto il salice. Di lì il mare si vede brillare attraverso i rami anche nei giorni più bui. Mio padre dice sempre che in questa casa non ci manca nulla, solo la luna quando è giorno. La casa l'ha costruita lui, e sembra un vascello adagiato su di una collina. Vede il mare da una parte, e le colline dall'altra. Quando da una parte hai la neve, dall'altra puoi vedere una distesa luccicante di mare e sole.
In camera ho cercato subito la pigna dentro il cassetto dove custodisco i miei segreti. Non c'era più. Ho pensato che mia madre l'avesse presa. Quello è stato il primo pensiero. Ma non sarebbe stato possibile. Il cassetto si apre solo con la chiave che mi porto dentro l'astuccio. Ce l'avevo io, dentro la cartella. Ho guardato meglio. Niente. Neanche l'ombra di quella collana sottilissima di resina che la circondava.
A questo punto sono andato in confusione. Una leggera inquietudine. Troppe cose strane in un giorno soltanto. E poi quella sensazione di aria dentro. È come se da un momento all'altro mi sentissi pronto ad essere sollevato e risucchiato dentro una bolla di vento puro.
Non mi fa paura.
Secondo me non è nulla. O magari mi sono immaginato tutto.

La giornata è passata normale. Come le altre. Ho fatto i compiti, ho mangiato e ho corso a perdifiato con i miei cani. Alla sera ho dovuto fare la doccia perché ero praticamente di color cinerino o misto ocra.
Sono andato a letto tranquillo, anche perché mi sentivo stanco. Quasi liberato, anche, da un senso di stranezza che non ricordavo più.
Ho visto la mia casa. L'ho vista dall’alto. Bella, al sole, con i miei cani che correvano sul viale. Il pioppo all'ingresso si inchinava un goccio al vento, e le sue foglie si giravano in argento. È l'effetto del vento quando le fa voltare su sé stesse. Ero alto e veloce. Ero come il vento. Vedevo tutto nitidamente. Come al microscopio di Marco. Riuscivo a cogliere dei particolari minuziosi, infinitamente piccoli. Volavo. Non ho avuto un attimo di trasalimento. Non ho avuto paura. Volavo a una velocità incredibile, e potevo stallare in volo quando volevo.
Semplicemente, solo a volerlo. Sono un'aquila. La prima paura è stata quella di non vedere più la mia mamma. Ma questa paura si è spenta quasi subito, come a sapere che la mia casa era lì. E quindi non mi sarebbe mai potuto accadere nulla.
Allora ho volato come un aereo. Senza risparmiarmi. A cuore leggero, come avendo una piuma dentro il petto. E due ali immense al posto delle braccia. Ho visto le pigne, ho visto gli insetti mentre entrano in un fiore, ho visto la mia scuola, e ho visto me dormire dentro il mio letto.
Ho capito che nulla sarebbe stato più come prima.

di Alberto Pezzini

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