Magazine Venerdì 27 febbraio 2009

«Sta con me da vent'anni, ma non lascia la moglie»

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Magazine - Ho cinquantatré anni, lavoro, ho un marito che non ho mai lasciato e che dopo trent'anni di matrimonio, nonostante quel che le dirò, stimo ancora anche se non lo amo più. Due figli adulti, bravi ragazzi, con la loro vita indipendente e cresciuti serenamente.
Finita qui? No. Ho una storia con un uomo più grande di me di vent'anni, storia che dura da vent'anni. Sono stata, e lo sono tutt'ora, felice con lui. Quando mi sentivo sola, e lo sono stata spesso - quasi sempre - senza una reale figura di sostegno fisica e mentale che dovrebbe essere rappresentata dal partner, dal marito, l'uomo di casa insomma. Mio marito è sempre stato pieno di manie, anche in materia di educazione dei figli, però non ho mai voluto lasciarlo, per paura che rimanesse solo e isolato, e diventasse triste come la sua famiglia di origine. Anche sul lavoro, dove ormai si faceva riconoscere ad ogni discussione, la mia testa diceva di aiutarlo, e sono rimasta al mio posto sempre. Ho fatto male?
Anche se, appunto vent'anni fa, ho conosciuto un altro uomo, non le racconto le meravigliose esperienze di crescita avute, la tranquillità mentale che mi ha dato, la correttezza di valori che traspariva dalla sua frequentazione, l'amore che mi ha trasferito e che ho trasferito a lui. Siamo stati sul punto di lasciare i nostri rispettivi consorti un paio di volte: la prima circa dieci anni fa, quando mio marito ha trovato qualche indizio, neanche sicuro, ma poi ha preferito rinunciare a sapere la verità. E due anni fa, quando sua moglie ha sentito per caso una sua telefonata: quest'ultima volta è stata dura e lo è ancora. La moglie, bellicosa e di salute cagionevole data l'età e psicologicamente fragile, gli sta facendo fare una vita insopportabile, lo ha messo alle strette. In un primo momento è uscito da casa ma poi, proprio perché lei è ammalata, è rientrato. Ora sua moglie lo sta demolendo piano piano, lentamente; e con lui visibilmente, provato da questa situazione, anche il nostro rapporto lo è.
So di essere forte - anche lui lo è - ma la nostra vita è irrimediabilmente diventata miope: il nostro futuro è sempre stato il nostro presente, e ci bastava, oggi non abbiamo quasi presente, perché le aggressioni che lui subisce (stiamo parlando di persone colte e preparate, che hanno sfondato quel sottile limite del rispetto, anche fisico, del partner) sono all'ordine del giorno.
La conseguenza di tutto questo è un progressivo e lento retromarcia, pochi i tempi da dedicare a noi, discussioni sui massimi sistemi che sono un appiglio per litigare - insomma una qualità di rapporto ormai svilita, è chiaro che non possiamo andare avanti ancora. Cosa fare? Sarei capace per formazione a sopportare lentamente qualsiasi evento, anche spazi e incontri sempre meno frequenti, ma ciò che non sono capace a fare è sopportare la qualità del nostro residuo amore.
Ho avuto una bellissima storia con lui e credo lui con me, durata molto tempo perché forse sia mio marito che sua moglie volevano averci, anche se solo anagraficamente, per status. Ma ora non ha più lo stesso significato, perché io credo di avere in mano solo quello che resta di una bellissima storia. Lui dice di non farci caso, di non esasperare, di concentrarsi su di noi, ma io guardo avanti, e quando ultimamente gli ho chiesto di andare a vivere insieme, per godere senza traumi di quello che ancora abbiamo, lui si dice incapace per quella frase che recita «in salute e in malattia».
So che non c'è una risposta per quello che le ho raccontato, ma la ringrazio lo stesso perché almeno mi sono liberata scrivendo qui sopra. Non le dico che disperazione, a volte.
Comunque grazie.
Aspetterei una sua, anche se piccola, risposta.
Lella

Cara Lella, la ringrazio per la stima.
Dopo aver letto e riletto la sua storia, a parte alcune sfumature che forse lei non ha spiegato bene, o che forse io non ho capito del tutto, l'unica piccola risposta che mi viene da scrivere è che, se in questi vent'anni non vi sono mai state le condizioni per rivoluzionare le vostre vite e i vostri legami famliari, un motivo ci sarà pur stato (e probabilmente c'è anche adesso).
Ora le cose non hanno proprio la stessa prospettiva di prima, anche perchè - e scusi la nota forse banale, o forse solo malinconica - a settantatré anni le riserve di energia per pensare al futuro o per impegnarsi in una rivoluzione sono diverse che a cinquantatré.
Così, a proposito del tempo e dei suoi effetti sul cambiamento delle persone, mi verrebbe anche da chiederle se a lei non viene mai da pensare che, dopo tutto questo tempo in cui la sua esperienza si è ampliata, lei possa essere cresciuta abbastanza da non avere più così tanto bisogno di una figura di sostegno. O magari essere lei, appunto, di sostegno per gli altri.
Un'ultima riflessione (dal vago sapore Zen) sulla solitudine: ogni essere umano è unico, e quindi inevitabilmente solo, ma essendo questa la nostra condizione normale non dovrebbe spaventarci più di tanto.
Oppure tutti noi esseri umani (e non) facciamo parte di un disegno più grande, e allora non siamo mai stati e non saremo mai soli, in nessun modo e in nessun momento.
Scelga lei quale le piace di più.
E non si preoccupi se, ogni tanto, scoprirà che nessuna delle due scelte la soddisfa veramente.
Saluti

di Marco Ventura

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