Yossl Rakover si rivolge a Dio - Magazine

Teatro Magazine Teatro della Corte Giovedì 19 aprile 2001

Yossl Rakover si rivolge a Dio

Magazine - "Io credo nel sole anche quando non splende"

Rigido, altero, per lo più immobile, Moni Ovadia in abito grigio legge la tragica preghiera a Dio di Yossl Rakover. Come il narratore di Prokofiev in “Pierino e il Lupo”, Ovadia lascia agli strumenti il compito di mettere in scena i personaggi evocati dalle parole, e a se stesso riserva il ruolo di cantastorie: pura voce il cui corpo è solo sostegno come l’asta lo è per il microfono.
Sempre teso verso il leggìo, Ovadia volta il fianco solo per accogliere la musica della sua TheaterOrchestra, della quale diventa spettatore assorto e compiaciuto. Contrappunto alle parole, le note di musica klezmer diventano giochi musicali che evocano i bambini e la loro spensieratezza, nonostante i tempi e le circostanze.

È una serata liturgica, più che uno spettacolo. È la celebrazione del dolore e della dignitosa disperazione ad essere messa in scena: quella di un ebreo che ha visto morire in modo cruento e disumano uno ad uno i suoi figli e tutti i membri del ghetto di Varsavia. Un fedele che si pone di fronte a Dio per venerarne la legge, più che la muta e assente supervisione alla serie di crudeli ingiustizie inflitte al popolo degli eletti. Yossl professa la sua fede ma non teme di gridare anche la sua indignazione. In questi momenti di profondo dolore e rancore la voce del narratore di scatto si fa grido che, dalla sua forma interiore e letterale, assume consistenza e impatta sulla scena come grido di un popolo che per educazione e vocazione non grida neanche in punto di morte o sotto tortura.

Quella di Moni Ovadia è molto di più di una lettura, perché resta espressione verbale aderente alla monotonicità della parola scritta di un sopravvissuto in procinto di morire. Non c’è enfasi, non c’è retorica. C’è rispetto e distacco, come qualcosa che non appartiene a nessuno eppure è di tutti: l’impotenza di fronte all’ineffabile e avverso destino di morte.
Il racconto incalza autonomamente, Ovadia - strumento tra gli strumenti – intona canti religiosi che sono preghiera, supplica e bestemmia a "Dio dal volto celato.” Un piccolo mondo sofferente descritto nel momento dell’olocausto, che diventa emblema di tutte quelle realtà che sotto i nazisti ebbero simile sciagurato destino.

Dopo lo spettacolo abbiamo incontrato l'artista nel suo camerino. Ci ha accolto inebriandoci di parole e pensieri di cui abbiamo trattenuto l'insegnamento ma ahimé smarrito il senso per cui ci eravamo presentati. Un secondo spettacolo tutto per noi, inatteso.

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